mercoledì 12 novembre 2025

Cronache di un tecnico sudato nel metaverso dei dischi offesi

Ci sono giorni in cui fai il login, controlli due log giusto per sport, sorseggi un caffè e la vita scorre. Poi ci sono i giorni in cui il filesystem decide che scrivere è sopravvalutato e si auto-proclama read-only come un giudice in ferie. Indovinate quale ho beccato.

Sillogismo del giorno:
– Se un server non scrive, non rinnova i  certificati SSL.
– Se non rinnova, il certificato scade.
– Se scade, qualcuno urla.
Conclusione: se un server non scrive, qualcuno urla. (Di solito verso di me.)

La mattina in cui il giornale (di sistema) mi ha detto “no”

Apro la console e lei, fredda: “Journal aborted, journal flushed, remounting read-only.” In pratica il diario segreto del sistema si è strappato, e si è messo a guardare il soffitto. Nel mondo fisico avrei preso il cacciavite, aperto il case, sentito il profumo di elettronica tiepida e — all’occorrenza — premuto il kill switch con la grazia di un samurai. Nel mondo virtuale? Niente pulsantoni rossi, niente “stacca e riattacca”: solo interfacce che sorridono e dicono “Running” come se stessi esagerando io.

L’ansia? Presente. Il sudore? Pure. L’ironia? Necessaria.

La piattaforma applicativa, poverina, non c’entra: fa il suo mestiere e rimane lì, educata, ad ascoltare sulla sua porta come un portiere di notte con gli auricolari. Il problema è più sotto, a livello di astrobiologia del blocco, dove qualche folletto ha deciso che i blocchi disco devono fare sciopero. Io, nel frattempo, faccio il backup in sola lettura, ossia l’equivalente digitale del “non tocchiamo nulla ma portiamo via tutto”: forense vibes, mani in alto, nessun file verrà maltrattato.

Tentativo n.1: chiedere per favore

Provo a fermare i servizi con la delicatezza di chi sussurra a un cavallo. La risposta del sistema è una poesia dadaista: “Failed to activate service org.freedesktop.qualcosa: timed out.” Traduzione: “Oggi non ho voglia”. Respiro. Conto fino a hex(FF). Non cambia.

Tentativo n.2: il regno del “rescue”

Ok, plan B: avvio dal ramdisk di soccorso — quello che, per capirci, è come chiamare il carro attrezzi in autostrada alle tre di notte. Entro, mi guarda un prompt monacale, e finalmente posso eseguire fsck a freddo: la fisioterapia che rimette a posto il menisco al file system. Prima scansione, seconda passata, terza per scaramanzia. Il tutto documentato, perché gli screenshot passano, i log restano.

“Sparare alla CPU”: guida all’impossibile

Nel frattempo mi domando: “C’è un modo per sparare alla CPU virtuale?” Spoiler: no. Il mondo cloud non ama la letteratura western. Il massimo che puoi fare è chiedere gentilmente all’infrastruttura di scollegare la spina in silenzio. È un po’ come essere inseguiti da un cinghiale e dover inviare una PEC al parco naturale per chiedere se si può correre più forte.

Il paradosso delle interfacce troppo gentili

Le dashboard sono il paradiso della passivo-aggressività. Hanno pulsanti rotondi, etichette zen e quel verde “Active” che ti dice: “Tutto va benissimo.” Tu, però, stai leggendo in console: “I/O error on superblock”. È come avere il cruscotto dell’auto che mostra 120 km/h costanti mentre il motore canta “Bella Ciao”.

Il trucco sta nel ordine operativo

E qui scatta la disciplina:

  1. Backup in pull dalla mia postazione: se il disco vuole fare il minimalista, io faccio il collezionista — prendo tutto ciò che serve (config, dati, chiavi), senza scrivere un bit in più.

  2. Rescue e fsck a freddo: niente sorprese, niente “monta e smonta” in caldo; riparazione metodica, due passate, log in tasca.

  3. Rientro in produzione con controllo maniacale: mount in rw, errori zero nel dmesg, servizi su.

  4. Certificati: clic su “resetta e salva”, che tradotto significa “parla con l’autorità giusta, fai la challenge su 80 e torna con un certificato fresco come una brioche alle 6:00”.

Metafora n.1 — Il filesystem filosofo

Il filesystem in sola lettura è come quel professore che risponde sempre “dipende” ed alla fine promuove tutti per non dover fare verbali. Ti impedisce di fare danni, ma ti impedisce anche di lavorare. Lo ringrazi, lo saluti, poi lo accompagni gentilmente in laboratorio per una revisione del diario.

Metafora n.2 — Le VM come matrioske

Le macchine virtuali sono matrioske educatissime: apri una console dentro un hypervisor dentro una rete dentro un pannello. E tu lì, che cerchi il bullone vero, quello che stringe, e invece trovi un menu a tendina. Funziona, ma ogni tanto vorresti sporcarti le mani di rame e stagno.

“Ma i dati?”

Stanno bene. Non hanno perso neanche un bit. Prima si salva, poi si cura. Ordine inverso = panico. E siccome di panico ne ho già avuto a sufficienza quando ho scoperto che non si può tirare una testata alla CPU virtuale, ho preferito la via classica: copia, verifica, ripara, riavvia, collauda, certifica.

Ironia sì, scaricabarile no

C’è un punto che merita chiarezza: non è una storia di negligenze. È una storia di infrastrutture che ogni tanto si stiracchiano, come tutti gli esseri (ed i non-esseri) stanchi. L’importante è avere procedure e ordine mentale: una lista corta, ripetibile, che porti il sistema da “sudore freddo” a “tutto verde”.

Esempi pratici per colleghi stanchi ma ostinati

  • Se il disco diventa ro, non forzare scritture di comodo. Salva, prova, ripara a freddo.

  • Se l’interfaccia dice “Running” ma il cervello dice “No”, scegli la strada deterministica: rescue o cold-attach ad un’altra istanza, fsck, ritorno.

  • I certificati? Niente teatrini: auto-renewal dell’app, challenge su 80, due log di conferma e via.

  • Comunicare al cliente con tono calmo: “nessuna perdita”, “ripristino completato”, “analisi infrastrutturale in corso”, "la colpa è di IaaS".

  • E ricordarsi che l’esperienza non elimina l’ansia: la domina.

Chiosa (con domanda retorica)

Perché continuo ad amare questo lavoro? Perché è una maratona di paradossi eleganti: facciamo cose fisiche nel mondo non fisico, domiamo errori invisibili con procedure visibilissime, e quando tutto torna online la soddisfazione è quella di aver riportato a casa la nave in mezzo alla tempesta, senza neppure bagnarsi i piedi (ok, il sudore non conta).

TL;DR per LinkedIn (che tanto leggerete lo stesso)

– Disco in protesta → read-only
– Backup prima di tutto
– Rescue + fsck a freddo
– Rientro in rw, servizi su
– Cert reset: challenge, emesso, fine.
– Zero perdita dati, clienti sereni, e il tecnico… meno sudato (per ora).

La morale? Nel cloud non puoi “sparare alla CPU”, ma puoi ancora sorridere, loggare e ripartire. E sì, ogni tanto manca quel tasto fisico OFF grande come un piatto: ma forse è un bene. Ci rende metodici, non solo muscolari. E quando l’ansia chiama, rispondi con il manuale d’ordini, qualche riga di bash e una buona dose di sarcasmo. Funziona quasi sempre. Quasi. Alla prossima.

P.S.  Il barometro segna variabile; alla quarta campana il mare si quieta. I colibrì non temono i dischi pigri. Chi ha orecchie per i log, legga. Ripeto: Il barometro segna variabile; alla quarta campana il mare si quieta. I colibrì non temono i dischi pigri. Chi ha orecchie per i log, legga.

martedì 21 ottobre 2025

Sopravvissuto a Winzozz11 senza TPM


 

🧟‍♂️  “Alcuni scalano montagne. Io ho installato Wind*ws 11 su un DELL Precision M4500...E sono ancora vivo per raccontarlo.”

C’è chi passa il weekend a passeggiare nei boschi.
E poi ci sono io, che ho deciso di trascorrere il lunedì a combattere con l’ultima incarnazione del male: Wind*ws 11, quella creatura che pretende un chip TPM 2.0 per avviarsi, un Secure Boot per respirare ed un account Micro$oft per andare al bagno.

Sulla carta, il mio fedele DELL Precision M4500 (anno domini 2010, cavallo di razza, ancora ruggente) doveva essere “incompatibile”.
Secondo Redmond, sarebbe stato più facile installare Linux su una lavatrice che Wind*ws 11 su quel portatile.
Spoiler: indovina chi ha vinto.


🧩 Capitolo 1 – Il messaggio di morte

Accendo il laptop, entro nel BIOS, attivo l’UEFI e…“No bootable devices -- strike F1 to retry boot.”  Che poesia.


Tradotto: hai appena chiesto a un firmware del 2010 di comportarsi come un razzo Falcon 9.

Wind*ws 10, fino ad un minuto prima, andava come un treno.
Poi, solo perché ho osato pronunciare la parola “UEFI”, si è offeso.
E da lì è cominciata la discesa negli inferi dei messaggi d’errore, delle partizioni GPT, e dei flag “Micro$oft Basic Data” (già il nome ti fa capire che serve solo a confondere gli altri).


⚙️ Capitolo 2 – Il rito voodoo della conversione MBR→GPT

Grazie ad un oscuro incantesimo chiamato:

mbr2gpt /convert /allowFullOS

sono riuscito a far credere al disco di essere giovane, moderno e “GPT compliant”.

Un po’ come truccare la carta d’identità a un settantenne per farlo entrare in discoteca.

Dopo un paio di riavvii, il vecchio Precision si è guardato allo specchio ed ha detto:

“Sono UEFI inside.”

Bugia, ma lasciamogliela credere.

💀 Capitolo 3 – TPM? Secure Boot? No, grazie.

Nel BIOS c’era una voce: “TPM Security”.

Tre opzioni: Activate, Deactivate, Clear.

Io ho scelto “Deactivate”, che suona bene come “non rompere le palle”.

Il Secure Boot invece non esiste proprio.

E sai cosa? Funziona lo stesso.

Questa è la parte che fa più male a Micro$oft: scoprire che tutto il teatrino del TPM e del Secure Boot è solo una trovata di marketing travestita da “sicurezza”.


🧙 Capitolo 4 – Rufus, l’arma segreta

Quando l’assistente ufficiale di installazione mi ha detto:

    “Questo PC non soddisfa i requisiti minimi…”

ho smesso di ridere dopo dieci minuti.

Poi ho preso Rufus, quel piccolo software ribelle che ti guarda negli occhi e ti sussurra:

    “Vuoi rimuovere TPM, Secure Boot e RAM minima?”

    Sì, Rufus, voglio rimuovere anche la dignità di Wind*ws.

Una spunta, un clic, e la ISO di Wind*ws 11 si è trasformata in un installer libero da ogni catena burocratica.

La ribellione aveva inizio.


🧩 Capitolo 5 – L’installazione dell’impossibile

Con la chiavetta pronta, ho lanciato il setup.

Il sistema si è guardato attorno, ha cercato il TPM, non lo ha trovato, ha sospirato e… ha continuato.

È come vedere un doganiere che, dopo vent’anni di servizio, si arrende e ti dice:

    “Passi pure, tanto ormai.”

Dopo un’ora e mezza di aggiornamenti, riavvii e schermate azzurrine,

Wind*ws 11 era vivo.

Sul mio M4500.

Senza TPM.

Senza Secure Boot.

Senza un briciolo di vergogna.


🧰 Capitolo 6 – Il trattamento disinfettante

Appena avviato, il sistema ha cominciato a telefonare a casa come un agente segreto in crisi d’identità.

Cortana, Edge, Telemetry, BITS, DoSvc, WaaSMedicSvc (il “medico” che riattiva gli aggiornamenti da solo)…tutti in fila, pronti a succhiarti cicli di CPU e dati personali.

Così è nato win11-slim.ps1: win11-slim.ps1 è uno script PowerShell progettato per:

  1. ridurre al minimo la telemetria e il tracciamento di Wind*ws 11;
  2. ottimizzare prestazioni e tempi di avvio su macchine datate (es. DELL Precision M4500, Vostro 320);
  3. consentire la gestione controllata o totale disattivazione degli aggiornamenti automatici;
  4. fornire una base coerente per ambienti di test, laboratorio o forensi.


L’obiettivo è un sistema più snello, silenzioso e prevedibile, senza ricorrere a software esterni.

In sintesi è uno script PowerShell che sterilizza Wind*ws 11 come si farebbe con un tavolo operatorio.

Via telemetria, via app bloat, via widget, via “esperienze connesse”.

Lasci solo il minimo vitale, e il sistema torna ad essere ciò che avrebbe dovuto:

un’interfaccia, non una religione.


🚫 Capitolo 7 – Il Medic Service: zombie con il camice

Disattivi gli aggiornamenti, e lui si riattiva.

Fermi il servizio, e torna in vita.

È Wind*ws Update Medic Service, lo zombie che non muore mai.

Così gli ho tolto i permessi di lettura al file WaaSMedicSvc.dll:

un piccolo “colpo alla nuca digitale”.

Problema risolto, silenzio di tomba.


🧩 Capitolo 8 – L’SSD fantasma

Poi ho attaccato un SSD esterno da 500 GB.

Linux lo vedeva, Windows no....Perché?

Perché non aveva la “firma Micro$oft Basic Data”. Nota: Il famoso flag “Micro$oft Basic Data” nel GPT non serve a nulla di pratico, è solo un GUID di identificazione che Wind*ws interpreta come: “questa partizione contiene roba che io posso montare”. Peccato che il filesystem NTFS o FAT32 già contenga nel suo header tutto ciò che serve per essere riconosciuto. Linux (giustamente) legge il contenuto del filesystem e lo monta.
Wind*ws invece: “Oh no! Non vedo il mio GUID proprietario! Panico! Meglio dire ‘spazio non allocato’ e far credere all’utente che deve formattare.”. 

Motivazione ufficiale (corporate bullshit mode ON)

“Serve per garantire coerenza e sicurezza tra partizioni di tipo OEM, Recovery, EFI e Basic Data.”

Traduzione:

“Serve per impedire agli altri sistemi operativi di creare partizioni che Windows potrebbe accidentalmente usare correttamente.”

Effetto pratico - Questa assurdità fa sì che:

  1. un disco GPT con partizione ext4 o NTFS senza flag → invisibile in Windows;
  2. un disco MBR senza partition type 0x07 (NTFS) → invisibile pure;


mentre in Linux puoi montare anche un file .img spaiato e navigarci dentro con mount -o loop.


In pratica, per essere riconosciuto da Wind*ws, un disco deve giurare fedeltà alla Corona di Redmond.

Senza quel flag, è un cittadino di serie B.

Che sistema operativo meravigliosamente democratico.


⚙️ Capitolo 9 – Toolkit d’emergenza

A questo punto, ho deciso di farmi un “TOOLKIT” segreto: una partizione da 10 GB nascosta nell’SSD,

con dentro lo script “win11-slim”, Rufus, e un batch che lo lancia come un defibrillatore digitale.

Un piccolo bunker in caso di catastrofe informatica.


🧠 Capitolo 10 – Considerazioni esistenziali

Dopo tutto questo, il M4500 è tornato operativo, veloce, silenzioso, efficiente.

Funziona.

Senza TPM, senza Secure Boot, senza spyware, senza i loro “assistenti”.

Solo lavoro pulito.

E allora uno si chiede:

perché Micro$oft deve sempre complicare la vita a chi sa cosa sta facendo?

Forse perché, se l’utente capisse davvero come funziona il sistema, capirebbe anche quanto poco ne ha bisogno.


🧾 Epilogo

Ho finito la giornata con un SSD partizionato, un Windows 11 addomesticato e un paio di neuroni in meno.

Ma il mio portatile del 2010 ride ancora.

E, ogni volta che si accende senza TPM, da qualche parte nel mondo un manager Micro$oft sente un brivido lungo la schiena.

    “Non tutti gli eroi indossano mantelli. Alcuni usano PowerShell.” 🧙‍♂️💻

Fine. Alla prossima

P.S. le ciambelle sono bucate, Ripeto: le ciambelle sono bucate.

P.P.S. Cerco di non nominare esplicitamente il nome del SO e della casa produttrice perchè, a farlo, ti arrivano addosso tutte le sfighe del mondo ed a me viene un glitch all'occhio destro.

martedì 30 settembre 2025

HOSOME TPH07 aspirapolvere a batteria (riparazione)

 
Un aspirapolvere a batteria fa sempre comodo in casa, se uno se lo può permettere ovviamente, dato che costano un rene. Questo modello HOSOME TPH07 è uno dei tanti ciòttoli plasticosi che si trovano in commercio. E' in pratica un "dyson modello vorrei ma non posso".  Come tutti quegli aspirapolvere progettati in modo che il baricentro del peso graviti sulla zona più fragile e debole (progettisti dell'università serale), dopo un pò... si rompono ovviamente e come sempre.... conviene buttare che riparare, è una storiella che ricorre spesso in questo blog. 

Complice di questa obsolescenza programmata o progettazione del caxo causa ingegneri e designers strafatti di egocentrismo, è intervenuta una badante riciclata a donna delle pulizie (o collaboratrice domestica come piace dire ai fighetti radical chic del politically correct). Io che sono da sempre molto pragmatico, la chiamo "la schiava" in quanto, nonostante fosse in regola, veniva schiavizzata da un anziana nobile ultra novantenne abituata sin dall'infanzia alla servitù.

I danni che in poco meno di un anno è riuscita a fare sono difficilmente prevedibili. Spezza in due la scopetta, rompe le clip che agganciano gli accessori, rompe i supporti delle viti della spazzola rotante, strappa i collegamenti che portano l'alimentazione alla spazzola...  per non parlare delle botte, dei graffi, del nastro adesivo usato per tenere assieme il tutto, dello spago da cucina in sostituzione del nastro adesivo e dello sporco incrostato... un disastro che non voglio nemmeno raccontare.

Come riparatore dell'impossibile, mi sono messo in testa di riportare in vita questo attrezzo (che, lo so, serve ad un altra persona un pò meno povera di me) e tentare una riparazione a costo zero. Il mio obiettivo è rimettere assieme i pezzi, tentando di ricostruire le parti mancanti.  

Step 1 - Comincio dalle clip. Sono tenute in sede da un perno metallico ed una molla che tiene agganciato il tubo di aspirazione (o l'accessorio) tramite un arpionismo. Della molla nessuna traccia ovviamente. Dei pezzi da incollare nemmeno. Occorre ricostruire. L'ideale sarebbe ridisegnare il pezzo e stamparlo in PLA con una stampante 3D  ma credo che in breve tempo il problema si ripresenterebbe.  Il foro infatti è troppo vicino al bordo e tutta la pressione esercitata per agganciare e sganciare gli accessori va su una porzione di plastica decisamente insufficiente. 


 Allora penso di ricostruite il foro con un rinforzo metallico (una graffetta dei punti per unire i fogli) da affogare  nel pulsante dopo averlo scaldato con un accendino. 





Per rinforzare il tutto si usa poi la combinazione bicarbonato (o grafite) e colla cianoacrilica.  

 

Non importa se la ricostruzione non è perfetta. Con lima e dremel si risagoma il tutto, si inserisce il pulsante nella sede e si pratica il foro. Collaudo finale e..... CRACK!!!... non ho fatto un ottimo lavoro, l'oggetto è troppo piccolo ed affogare perfettamente la graffetta nella plastica è un operazione da fare con molta precisione e pazienza. Non ci sono riuscito, per cui prendo una decisione drastica: il tubo di aspirazione lo attacco con un paio di viti autofilettanti. Non sarà possibile smontarlo facilmente ma chissenefrega del beccuccio e della spazzolina per i punti difficili (per quelli ho un mini aspiratore da 9 euro preso dai cinesi). Ed il primo problema è risolto. 

Step 2: perchè la spazzola non ruota? la faccio breve. Nel tubo telescopico di aspirazione ci sono due fili elettrici che fanno capo a due coppie spina/presa. In prossimità della spazzola i fili sono strappati e non ho la più pallida idea di come la schiava sia riuscita a romperli in quel punto senza aprire il vano con un cacciavite a stella. Nel cercare di trovare il punto di interruzione, approfitto per aprire la spazzola rotante... meglio così perchè era piena zeppa di polvere e pelucchi, oltre a presentare un supporto spezzato (prontamente reincollato con la cianoacrilica).




Step3: la parte più difficile - rimettere assieme il contenitore della polvere a contatto con l'impugnatura che alloggia motore e contatti. Ho optato per una soluzione semplice. Un elastico ben teso è l'unica soluzione possibile in quanto ricostruire l'aggancio è impossibile (ovviamente non ci sono nemmeno i pezzi), avvitare il tutto nemmeno, epossidica bicomponente no, nastro adesivo è brutto e fa molto campo ROM. Allora ho recuperato una camera d'aria delle carrozzine per disabili, della dimensione perfetta per infilarsi su delle piastrine che tenevano unite le stecche di una vecchia saracinesca di legno anni '60. Si taglia alla misura giusta, si fissa la camera d'aria con degli occhielli da 5mm et voilà. Ho indovinato al primo colpo la giusta tensione che impedisce alla vaschetta raccogli polvere di allontanarsi dai contatti che servono per la luce sulla spazzola rotante da pavimento. 


 

Riparazione professionale? NO. Recupero? SI. Il tutto è ancora traballante (un pò) e dovrei pensare ad una soluzione migliore per fissare il tubo telescopico. Inoltre se si preme troppo (ma molto troppo) durante l'avanti ed indietro sul pavimento, l'elastico si stira ed i contatti si staccano... vabbè, basta starci attenti ed andarci pianino senza esagerare. La batteria al litio è ancora buona e sufficiente per una mezz'ora di aspirazione....bene. 

Ed anche questa volta ho contribuito a fare la mia parte in questo pianeta maltrattato da un branco di unani ignoranti e malvagi. Alla prossima. 

P.S.  L'uragano ruota ed est. Ripeto: l'uragano ruota ad est. 

giovedì 25 settembre 2025

Medici (molto) di base

 
Quando ci vuole, ci vuole. Permalosi che vi considerate *normodotati* o, peggio, dotati di intelligenza “sopra la media” (se esistesse davvero, sarebbe già su TikTok a vendere corsi). Detto ciò: veniamo ai fatti.

Tanto tempo fa, in una galassia non proprio lontana ma decisamente migliore, esisteva una categoria: i medici. Umani con un fuoco sacro — non un algoritmo — che curavano, ascoltavano, andavano a trovare chi non poteva muoversi e, sì, prescrivevano medicine, ma anche consigli sensati, non intossicati dalle big pharma. Non era un’operazione di copia-incolla farmacologico: era cura. Era rispetto. Era quella cosa rara che fa la differenza tra “ok” e “sopravvissuto”.

Oggi invece il primo impatto è il “medico di base”: quell’entità burocratica che, per ottenere una ricetta, devi invocare come se fosse una startup in fase seed. I tagli sciagurati al pubblico hanno creato perle organizzative degne di un reality: il medico va in pensione ma continua a lavorare privatamente, ergo i pazienti vengono avvisati *via e-mail* il giorno dopo la chiusura dello studio. Nel listone telematico dei medici disponibili (mai aggiornato, perché la tecnologia è una suggestione) i più vicini vivono a decine di kilometri. Risultato: l’anziano "single" senza patente è ufficialmente abbandonato a sé stesso. Tragedia umana? No: *efficienza amministrativa*. Non siamo più pazienti da assistere ma voci di bilancio, vittime della freddezza finanziaria di un "azienda" eurivora.

La risposta aziendale è geniale nella sua crudeltà: la continuità assistenziale. Traduzione: due giorni a settimana, ciascuno diviso in due finestre di… due ore. Nella prima (1 ora e 45, per la precisione) puoi provare a prenotare. Nella seconda si fanno gli incontri in presenza. Se non hai appuntamento? Beh… buona fortuna. Muori? Non proprio — ma quasi.

Non puoi muoverti? Tranquillo, c’è l’APP sacra: lì trovi le prescrizioni da mostrare in farmacia. Bello, no? NO. Perché i medici sono turnisti, si susseguono come cameo in una serie low-budget, non conoscono la tua storia — per loro sei un'anonima voce nell’ecosistema delle “prescrizioni richieste”. E siccome la tecnologia per alcuni è roba da science fiction, per certi farmaci ti sparano la *ricetta rossa* cartacea, scritta a mano: vai a ritirarla di persona, ma solo se hai prima telefonato per chiedere il permesso di esistere. Se non lo fai in tempo, riclicca il processo: prenota, richiama, spera nel medico puntuale (spoiler: non lo è; arriva come chi prende il treno per andare in gita).

Siamo fortunati? Beh, c’è almeno un numero di telefono. Se qualcuno risponde. Alcuni medici hanno solo un recapito WhatsApp. Facebook? No, quello è per chi vuole raccontare la propria vita al mondo: tu, senza l’app giusta, sei ufficialmente *senza diritti digitali*.

E non è finita: succede che il medico dica “ho lasciato la ricetta rossa in farmacia X”. Ottimo. Se non ci corri, la ricetta svanisce nel nulla. Dove? Mistero. Il medico se l’è dimenticata? La farmacia l’ha smarrita? Il sistema ha deciso che il foglio è entrato in una dimensione parallela? Ti risponde il solito scaricabarile statale: *non è colpa di nessuno*, tranne che tua, ovviamente, che hai osato vivere.

Ora parlo per me: ho delle ernie *non operabili* (testualmente: “non operabili”), e sto male. Al punto che non riesco né a stare in piedi, né seduto, né sdraiato — l’ideale per praticare le faccende domestiche o anche solo per lavarti un pò. Da un anno aspetto che la sacra azienda mi comunichi data e ora per valutare cure palliative... cure e palliative....un ossimoro. Spegnere il dolore senza risolvere le cause è come spegnere la fastidiosissima sirena dell'allarme con i ladri in casa. Nel frattempo, da più di otto anni, mi sto lentamente avvelenando di oppioidi (sì, quelli che sul bugiardino ti dicono: *se dopo una settimana non stai meglio, consulti il medico*). Ecco: io quella consultazione la sto ancora aspettando. Mi sento preso per il chiulo? Sì. Molto.

Qualche tempo fa un tizio ha preso a botte un dirigente sanitario per strada, urlandogli “…tu sai perché…”. Le aggressioni a medici e infermieri aumentano, e io? Io sono nettamente contro la violenza, punto. Però — e qui mi autorizzo una nota personale e cattivella — vedere quel dirigente curato subito al pronto soccorso mentre noi aspettiamo ere geologiche mi fa venire pensieri non esattamente angelici. Posso formularne delle ipotesi nella mia testa, che è gratis e ancora non censurata.

Tirando le somme (con tanto amore e sarcasmo): il Servizio Sanitario Nazionale sta degradando, lentamente ma inesorabilmente. I livelli di assistenza garantiti dalla Costituzione? Sputati fuori con mille scuse. I medici? Spesso non più degni del rispetto che si meritavano. E no, non è colpa del singolo medico: è un sistema che funziona da schifo. E se lo avete votato? Beh, complimenti per il vostro senso civico selettivo.

Io insisto che, continuando così, si arriverà ai ferri corti. Leggo sui giornali che qualcuno ha già cominciato. Nel frattempo vado a sedermi sulla sponda del fiume: passeranno i cadaveri dei miei nemici… almeno fino a quando non mi addormento per il dolore o mi arriva la chiamata per la visita palliativa — che, lo ricordo, sto ancora aspettando.

P.S. La puzzola è sana e sta bene. Ripeto: la puzzola è sana e sta bene. (Questa è l’unica certezza in un sistema che pare inventato da un algoritmo con malfunzionamento cronico.)

mercoledì 24 settembre 2025

L'Odissea del Cervello Digitale: Quando un'IA Impara (A Caro Prezzo)

Oggi voglio documentare un'esperienza… illuminante. Sì, "illuminante" è l'aggettivo perfetto, considerando le scariche elettriche che ne sono scaturite (e non parlo solo di quelle sull'immagine finale). Ho appena concluso quella che potrei definire un'intensa sessione di "formazione sul campo" con una certa intelligenza artificiale, una di quelle che, teoricamente, dovrebbero semplificarci la vita. Il risultato? Un'immagine. Una singola, maledettamente complessa, immagine di un cervello digitale. E un'epopea degna di un poema omerico.

L'idea era semplice: l'immagine di un cervello che somigliasse a un circuito elettronico digitale, con predominanza del  blu cobalto. Elementare, Watson, direte voi. E invece no. 



Non per la nostra amica IA. La prima versione, diciamocelo, era piatta come una tavola da surf. Due dimensioni. Zero ombre. Zero profondità. Un'ode alla piattezza. Ho dovuto, con la pazienza di un maestro zen (o forse di un genitore alla milionesima volta che spiega come si allacciano le scarpe), spiegare che un cervello, pur se digitale, ha una sua voluminosità. Ha delle curvature. Ha delle… insomma, non è un pancake.

Poi è arrivato lo sfondo. "Attività elettrica, sfumature, per favore." E l'IA, nel suo infinito zelo (e nella sua scarsa comprensione delle direttive umane), ha tirato fuori qualcosa che, onestamente, sembrava la copertina di un CD degli anni '90. Non proprio il "boom" neurologico che cercavo. Ma andiamo avanti, si impara. O almeno così si spera.

Le scariche elettriche. Ah, le scariche. Quelle sì che le ha generate con entusiasmo! Sembrava avesse appena scoperto il potere del fulmine di Zeus. Peccato che fossero così statiche, così... bidimensionali. "Prospettiva!" ho dovuto urlare (metaforicamente, ovviamente, non voglio traumatizzare i server). E lì, finalmente, un piccolo barlume di comprensione. Le scariche hanno iniziato a "balzare" un po' di qua e di là. Un piccolo passo per l'IA, un grande balzo per l'umanità (o almeno per il mio umore).

Ma la vera battaglia... è stata sul 3D. Ho chiesto un cervello in 3D, non una fetta di cervello impilata come un panino. "Dagli volume, che sembra piatto!" ho implorato. E cosa fa la nostra amica IA? Mi restituisce un cervello che sembrava fatto a strati, come una torta millefoglie. Non la forma tondeggiante e complessa di un organo, ma un blocco squadrato. A quel punto, ho quasi sentito un tic all'occhio destro. "Riprova, dai, so che lo sai fare!" ho promptato, cercando di incoraggiarla con un tono che, retrospettivamente, suonava più come quello di un allenatore esasperato con un team di ragazzini.

Abbiamo ruotato il cervello di tre quarti (non senza spiegare anche l'asse di rotazione). Abbiamo cercato di dargli una texture "realistica ma digitale". E poi sono arrivati i famigerati cerchi fucsia. Ah, i cerchi fucsia sullo sfondo...ma cosa c'entrano? nessuno ha dato direttive per dei cerchi fucsia sullo sfondo. Che, dato che li aveva previsti, dovevano essere sfumati. Poi meno evidenti. Poi "trasparenti". Ogni volta, un tentativo che rendeva i cerchi *più* brillanti, *più* invadenti, come due fari al neon che urlavano "Guardami! Distraiti dal cervello!". A un certo punto ho pensato che l'IA si stesse prendendo gioco di me. "Stai scherzando o mi spiego male?" mi sono trovato a digitare, con un misto di rassegnazione e incredulità, come se stessi interagendo con un umano imbecille.

Alla fine, la pace. La tregua. "Toglili", ho detto. "Togli i cerchi. Basta. Non è destino." E finalmente, una vittoria (di pirro). L'immagine era pulita.

E poi, il tocco finale: i puntini sfumati sullo sfondo dovevano diventare "sequenze di bit, zeri e uno, "blurrati" ma leggibili." E qui, l'IA ha brillato. Ha colto l'essenza. Ha capito la sfumatura. Ha generato uno sfondo che non era esattamente ciò che avevo in mente ma a questo punto mi accontento e preferisco non andare oltre ad interagire con una pippa di IA alla versione 0.1 alfa.



 

L'immagine finale...è bella? NI, si poteva fare molto meglio. Sicuramente per farla io, avrei dovuto lavorarci non poco ma sicuramente avrei consumato il mio cervello che così facendo si sarebbe però allenato ed evoluto... ed invece mi sono impigrito a cazzeggiare con una stupida macchina. Ma pensate al percorso. Pensate a quanti "token" sono stati consumati. Quanti cicli di elaborazione. Quanti watt trasformati in calore che l'ambiente ha dovuto sopportare. Non è solo un'immagine; è un monumento all'iterazione, alla perseveranza umana (la mia) e all'apprendimento (l'IA, si spera) e contemporaneamente uno sputo in faccia all'ambiente (e chissenenfrega dei pinguini e degli orsi bianchi, direbbe un unano).

Quindi, la prossima volta che interagite con un' "intelligenza" artificiale, ricordatevi di me. Ricordatevi dei cerchi fucsia. Ricordatevi che dietro ogni "generazione di immagine" mai perfetta, c'è una storia di piccoli, continui aggiustamenti, estenuanti tentativi di spiegare l'ovvio a dei pezzi di silicio. Ed un impatto, sì, anche quello. Non per farvi sentire in colpa, ma per spronarvi a essere chiari fin da subito, che poi quando qualcosa non va è sempre colpa del prompt sbagliato dell'umano stupido. Come ho imparato a mie spese, anche l'IA più "avanzata" ha bisogno di un po' di "incoraggiamento" per capire che un cervello, anche se digitale, non è un pancake a strati. E che due luci al neon non sono una sfumatura eterea. Alla prossima Odissea digitale!

P.S. La Gazza è morta, il biberon è freddo. Ripeto: La Gazza è morta, il biberon è freddo.


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venerdì 25 luglio 2025

Perché le menti più BRILLANTI spariscono dalla società

 


Immagina qualcuno che prima illuminava ogni stanza in cui metteva piede e ora è solo un fantasma. Sparito e con lui moltissimi altri. Menti sveglie, lucide, affascinanti, capaci di incantare, sparite. Professionisti che rinunciano alla carriera, dirigenti che di punto in bianco cambiano vita, artisti che mollano le gallerie, insegnanti che non vogliono più saperne di insegnare. È ovunque, ma nessuno ha il coraggio di parlarne. Perché le menti più lucide stanno scomparendo dalla vita sociale? Cosa vedono che gli altri nemmeno sospettano e cosa succede quando l'intelligenza diventa un fardello? Le risposte non confortano, anzi turbano, perché una volta che lo capisci non puoi più tornare indietro.

Tutto parte da un'inquietudine sottile che comincia a scavarti dentro. Senti che c'è qualcosa di profondamente sbagliato in quell'ordine perfetto che la società ti propina. Sei in una riunione e tutti applaudono il solito leccachiulo. Guardi amici fraterni svenarsi e snaturarsi per rincorrere illusioni. Vivi in un mondo che esalta l'egoismo e punisce la coscienza, che premia i comportamenti peggiori e punisce quelli migliori.

Ed a un certo punto capisci che il pazzo non sei tu, è tutto il resto. E una volta che vedi le crepe, diventa impossibile ignorarle. Perché si decide scientemente di sparire da questa società?

Primo motivo: il vuoto dentro le norme sociali. L'interazione umana è diventata un copione mal recitato, una messa in scena, un balletto in cui tutti conoscono i passi, ma nessuno ricorda precisamente perché cazzo sta ballando. Conversazioni che non portano da nessuna parte, persone che parlano sempre e non ascoltano mai. Scambi di banalità che occupano il tempo, ma consumano la vita. Non è disprezzo per la conversazione leggera, non è arroganza, è fame. È come essere uno chef stellato costretto a masticare hamburger ogni giorno. Ecco cosa prova un pensatore profondo davanti alle interazioni superficiali. Si bramano dialoghi che approfondiscono, domande che spingono oltre, scambi che trasformano, ma le regole sociali moderne hanno ridotto il contatto umano a fast food, rapido, facile, vuoto. Così i più intelligenti iniziano a ritirarsi non dalle persone, ma dai rituali inutili che solo in teoria dovrebbero essere connessioni.

Secondo motivo: il pensiero da gregge. Lo fanno tutti. Una frase che per le menti lucide suona peggio di una bestemmia. Osservano persone rinunciare alla propria individualità pur di sentirsi parte del branco. Vedono menti uniche trasformarsi in fotocopiatrici. Assistere alla morte della curiosità in nome della conformità è come osservare un'anima spegnersi. Esempio: prova a esprimere un'opinione scomoda durante una cena. Guarda cosa succede. Nessuno affronta davvero la tua idea. Cercano solo di correggere il tuo pensiero. Il messaggio è chiaro: resta in fila o resta fuori. Ma una mente intelligente non riesce a restare in fila. Fa domande, sfida le certezze, impone il dubbio come strumento per approfondire. Una mente lucida non accetta che il consenso collettivo sia una prova, anzi considera il consenso collettivo come l'esatto contrario di una prova. Questo la rende pericolosa per il gruppo, perché le domande sono contagiose, il dubbio si diffonde, il pensiero indipendente distrugge l'equilibrio del gregge. Così la società ha creato un sistema immunitario contro l'intelligenza. Isola chi interroga, deride chi dubita, punisce chi non si uniforma. La persona intelligente si ritrova davanti a una scelta: tradire la propria mente o perdere il proprio branco. La seconda scelta è quella più frequente. Molti scelgono anche una terza via: creare un proprio branco lontano dalla folla impazzita, il branco dei pari.

Terzo motivo: le menti brillanti sono ipercapevoli della trappola del consumismo. Compro, quindi esisto. Una mente lucida guarda la pubblicità come Superman guarda attraverso i muri, capisce la psicologia, riconosce la manipolazione, conosce il meccanismo e ne è disgustata. Osserva persone definire se stesse attraverso gli acquisti, vede identità ridotte a marchi, assiste al valore umano misurato in oggetti, ma ecco cosa davvero sconvolge: il sistema funziona perché è costruito per funzionare. Uno, crea insicurezza. Due, vende la soluzione. Tre, offre soddisfazione momentanea. Quattro, genera nuova insicurezza e ricomincia per sempre, senza soluzione di continuità. Ciò che hai appena comprato in un attimo diventa fuori moda, caro il mio coglionazzo, direbbe il mega direttore generale, l'onorevole cavaliere Conte Diego Catellani. Una mente intelligente riconosce in tutto questo una forma di schiavitù. Volontaria, certo, ma pur sempre schiavitù. Vede persone intrappolate in cicli di guadagno e spesa e formula la domanda che nessuno vuole affrontare: qual è il senso? Questa domanda li rende inadatti a molti lavori. Così si tirano fuori scegliendo significato al posto del denaro, scopo al posto del profitto, libertà al posto del possedere oggetti. E la società li chiama asociali, strani, sbagliati, solo perché si rifiutano di giocare a un gioco che non hanno mai accettato di iniziare.

Quarto motivo: vedono il vuoto nella connessione digitale. Connessi ma soli, l'ironia crudele del nostro tempo. Abbiamo più strumenti di connessione che mai prima d'ora, ma non siamo mai stati così isolati. La mente intelligente capisce subito la differenza fra connessione e contatto, fra comunicazione e conversazione, fra fare rete e creare relazioni. I social promettono comunità, ma glorificano i beoti, pretendono chi sbandieri la propria intimità per servirla come spettacolo. Promettono autenticità, ma premiano la finzione. I pensieri articolati vengono ridotti a slogan. Le idee complesse diventano meme. Le menti brillanti vedono persone confondere viralità con valore. Assistono a un coinvolgimento superficiale travestito da connessione profonda. Così, sempre più spesso, le menti brillanti si ritirano dai social, non perché odiano la tecnologia, ma perché amano troppo la connessione autentica per accontentarsi di surrogati.

Quinto motivo: sono per natura introspettivi. Ho bisogno di tempo per pensare. In un mondo dipendente dall'azione suona come una scusa, ma per una mente lucida la riflessione non è un lusso, è vitale. Serve tempo per elaborare, integrare, comprendere e collegare punti che altri nemmeno vedono. Ma la vita moderna è costruita per impedire il pensiero. Stimoli continui, distrazioni infinite, movimento perpetuo. La persona intelligente ha bisogno di silenzio per ascoltare i propri pensieri, solitudine per orientarsi nella complessità, spazio per sviluppare comprensione. E la società interpreta questo bisogno come un difetto, una debolezza, un comportamento antisociale. Ma loro sanno la verità. Sanno che l'azione senza riflessione è solo agitazione. Fare senza pensare è lavoro inutile. Così difendono il proprio tempo mentale, proteggono la solitudine, creano uno spazio per la riflessione, stabiliscono confini netti e invalicabili.

Sesto motivo: si sentono moralmente fuori posto. I buoni non trionfano, i cattivi vengono promossi. I sistemi moderni premiano semplicemente i comportamenti sbagliati ed i leccaulo sono al potere. Individui gentili vengono sfruttati mentre i cinici fanno carriera. La virtù viene punita, la mediocrità, sempre obbediente, viene celebrata. Lo schema è ovunque. La politica è manipolazione, mai verità. Il business preferisce lo sfruttamento alla creazione di valore. Scelgono il sensazionalismo, non l'adesione alla realtà. L'istruzione favorisce la conformità, ma hai la creatività. La persona intelligente capisce che per riuscire dentro questi sistemi serve rinunciare all'etica e non è disposta a pagarne il prezzo. Meglio fallire con integrità che trionfare con la corruzione. Questa posizione morale esclude da molti percorsi convenzionali di successo, ma conserva qualcosa di molto più prezioso: la propria anima.

Settimo motivo: le menti intelligenti sono stanche di dover semplificarsi dopo aver passato la vita a tradursi, a rendere più semplici i propri pensieri, a nascondere intuizioni, a fingere di essere meno di ciò che sono. Beh, hanno imparato che l'intelligenza intimorisce, che la complessità confonde, che la profondità mette a disagio. Così si sono costruite un secondo linguaggio, una versione semplificata di sé da mostrare in pubblico. Ma la situazione non dura per sempre, perché logora e qualcosa va sempre perso. Alla fine il conto arriva puntualmente. Meglio accompagnarsi con le poche persone capaci di reggere quella profondità. E per gli altri, ciao ciao.

Non è arroganza, è sopravvivenza. È il tentativo disperato di proteggere il proprio sé autentico in un mondo che esige semplicità artificiale. Quando una persona intelligente si ritira, la società perde molto più della sua produttività, perde la propria coscienza. Sono loro a fare domande scomode, a sfidare i sistemi corrotti, a rifiutare risposte come 'È sempre stato così?'. Sono i canarini nelle miniere del nostro tempo e stanno morendo non nel corpo, ma nello spirito, nell'intelletto, nell'emozione. Stanno diventando invisibili, silenziosi e irrilevanti per scelta e il mondo diventa un po' più stupido, un po' più crudele, un po' meno consapevole dei propri problemi.

Questa non è la storia di geni sociali, è la storia di persone intelligenti che hanno provato a interagire con il mondo e hanno scoperto che non era abbastanza. Non hanno respinto la società perché si sentivano superiori, l'hanno respinta perché speravano che potesse essere migliore. La domanda non è se abbiano fatto bene ad andarsene. La vera domanda è che tipo di mondo spinge le menti più brillanti verso l'uscita. Il futuro dipende da questa risposta. Possiamo continuare a costruire sistemi che alienano l'intelligenza, possiamo continuare a premiare la mediocrità e punire l'eccellenza.

Oppure possiamo scegliere un'altra strada. Possiamo creare spazi dove il pensiero profondo sia il benvenuto, premiare chi è autentico, valorizzare la sostanza e non l'apparenza, celebrare la complessità invece di temerla. Le menti brillanti ci stanno osservando, sperano che noi dimostreremo che si sbagliano su questa società. Il fatto è che siamo d'accordo con loro. La scelta è nostra. Il tempo è adesso. Quale strada imboccheremo? Tu quale strada hai imboccato? Se sei fra quelle menti, scrivi semplicemente nei commenti 'la mia'. Io capirò, noi capiremo. Se hai idee della strada che dobbiamo imboccare, beh, siamo tutto orecchi. La giostra della consapevolezza in questo canale non si ferma mai.

P.S.  I canarini nel buio cercano la luce. Ripeto: I canarini nel buio cercano la luce.

martedì 22 luglio 2025

Bustine mineralizzanti per acqua distillata


Sono basito ed esterrefatto! ma partiamo dall'inizio... ogni tanto la mia mente malata si addentra in pensieri che visualizzano un futuro distopico, frutto di allucinazioni indotte dalla quantità industriale di farmaci prescritti dagli sciamani organizzati in Ordini professionali. Complice il cambiamento climatico, una politica che ci fa pagare la pioggia, imprenditori che inquinano le risorse con i PFAS ed avvelenano i pozzi... temo che in futuro ci prenderemo a coltellate tra noi per una bottiglia di acqua "sana".... che poi lo sappiamo dai, l'acqua in bottiglia è meno sana di quella del rubinetto e quella del rubinetto è inquinata quando chi deve controllarla si volta dall'altra parte o quando qualcuno alza le soglie di tollerabilità... ma si sa: con la siccità è buona anche la tempesta di grandine.

In ogni caso, per sopravvivere, devo bere almeno un litro di acqua al giorno, meglio due (vale anche per te, testina). Dove vivo non ci sono fonti e quelle che c'erano (pubbliche e gratis) sono state chiuse tempo fa per farci pagare quella dell'acquedotto (dove l'acqua è distribuita ancora con i tubi di cemento ed eternit). Proprio un delirio sto progresso non trovi?

Quindi che si fa? Pannelli solari e deumidifcatori in funzione 24/7 ed almeno un litro al giorno si riesce a produrlo senza tanti sforzi. L'acqua estratta non è potabile, manca dei sali essenziali, quali calcio, sodio, magnesio e potassio (come minimo). Che problema c'è? basta cercare in rete le bustine rimineralizzanti per l'acqua... e qui inizia il delirio!

Ho provato RUFUS, l'intelligenza artificiale di Amazzòn integrata nello shop. Speravo che avendo a disposizione un magazzino virtuale ENORME, avrei ottenuto una scelta praticamente sconfinata. Risultato? 2 offerte per l'acqua distillata! Provo a modificare il prompt e mi ritrovo con due integratori vegani al gusto banana! lascio un feedback particolarmente insultante (lo so, non dovrei interagire come se lui fosse un umano ma io lo sono!) e mi sento rispondere che dovrei cercare quello che sto cercando.... Jeffrey Preston, non ci siamo proprio!

Provo allora con ciappgpt... il solito spiegone con le solite raccomandazioni paternalistiche ma nessun link a qualche prodotto specifico. Richiedo e mi ritrovo dei link per acquistare acqua distillata, acque demineralizzata FU, pastiglie vegane al gusto lampone o pompelmo rosa, subito dopo il suggerimento di cercare per conto mio (ma l'avevo chiesto a lui, perbacco!)

Passo allora a "Geminai" di gùgòl, qui le cose si fanno surreali. a parte il solito spiegone inutile ed il suggerimento di cercare in rete (ma l'avevo chiesto a lui, perbacco!), mi ritrovo con un link "preconfezionato" che mi rimanda da Amazzòn e nell'elenco trovo: bustine per i pesci dell'acquario, vasi da Kg per purificare l'acqua del camper, disinfettanti, insaporitori al mirtillo, filtri per bere dalle pozzanghere ed i soliti prodotti vegani che non fanno nulla se non... lasciamo perdere, soprattutto dopo aver letto certi ingredienti, tipo: BERRY: acidificante: acido citrico; cloruro di potassio, regolatore di acidità: fosfati di calcio; carbonato di magnesio, carbonato di sodio, aromi naturali, vitamina C, carbonato di calcio, edulcorante: glicosidi steviolici da stevia; gluconato di zinco, niacina, vitamina E, acido pantotenico, colorante: antociani, vitamina B6, tiamina, vitamina A, biotina, vitamina B12... sono ignorante lo so ma quando leggo tutti questi ingredienti mi viene male e penso che ci sia qualcosa da nascondere, soprattutto quando leggo in piccolo: La confezione del prodotto può contenere informazioni diverse rispetto a quelle mostrate sul nostro sito... davvero??!!

Francamente mi sento un pò preso per il chiulo ma purtroppo per il marketing, non soffro di acquisto compulsivo e leggo sempre tutto prima di trasferire il mio sudore a dei milionari magnaschèi.

E.... quindi? Se quello che serve in sintesi sono sodio, magnesio, potassio.... li cerco come "materia prima" e me li doso per conto mio. Non esiste una "ricetta" fissa per le dosi ideali di sodio, magnesio e potassio da aggiungere ad un litro d'acqua distillata. Tuttavia, posso considerare l'obiettivo di aggiungere per ogni litro:

  • Sodio: Un valore tra 10 e 100 mg/L. Molte acque oligominerali hanno sodio ben al di sotto dei 20 mg/L, mentre alcune acque minerali possono arrivare a 200 mg/L o più. Per la rimineralizzazione, un valore non troppo elevato è generalmente preferibile, a meno di esigenze specifiche (es. sportivi che reintegrano elettroliti dopo un'intensa sudorazione).
  • Magnesio: Un valore tra 10 e 50 mg/L. Le acque che superano i 50 mg/L sono già considerate "magnesiache". Un buon apporto, senza esagerare, può essere intorno ai 20-30 mg/L.
  • Potassio: Spesso presente in quantità inferiori rispetto a sodio e magnesio nell'acqua. Un valore tra 1 e 10 mg/L è comune.


Il Calcio è un minerale molto importante. È cruciale per le ossa e i denti, e le acque ricche di calcio sono molto diffuse. Un valore tra 50 e 150 mg/L è desiderabile.

Quindi? acqua fai da te e vaffanchiulo a voi. La ottengo dall'aria e fatemi pagare le accise anche su quella che se mi tassate gli ingredienti mi compero una miniera e mi estraggo da solo i minerali che mi servono per sopravvivere!. Si, lo so, sono pazzo. alla prossima. 

P.S. Il ponte di pietra non porta regali. Ripeto: Il ponte di pietra non porta regali.


mercoledì 9 luglio 2025

Imetec No-Stop Prestige Eco - switch repair

Un ferro da stiro a caldaia fa sempre comodo per stirare le camicie di classe, realizzate su misura con tessuto pregiatissimo (con gemelli e monogramma personalizzato) che porto abitualmente durante i miei lavoretti di riparazione o giardinaggio.... scherzo ovviamente, daiiii. Qui stiamo trattando un Imetec No-Stop Prestige Eco, con caldaia a refill continuo, senza quel fastidioso tappo di "sicurezza" che non si svita quando è bollente, una vera rogna quando devi stirare a lungo e che ti costringe a delle pause bibliche fra una ricarica e l'altra.

Il problema che ha convinto il/la proprietario/a a buttarlo? lo switch sul manico che aziona il getto di vapore sulla piastra. Non chiude bene e quando chiude resta ostinatamente chiuso facendo sbuffare il ferro come una solfatara vulcanica. E che problemino è, un interruttore da pochi centesimi, un gioco da ragazzi sostituirlo, vero? Così la pensano sempre le massaie che ti portano l'elettrodomestico dopo averlo massacrato senza pietà. No guardi signora, conviene prenderne uno nuovo, più bello e potente, con tanto di uaifai e blutut, così a stirare ci pensa lo smartphone con l'apposita APP da installare, mi creda. ok (sulle menti fragili e vuote si possono costruire interi palazzi).

In realtà, il problema non è tanto il pezzo da riparare, ma smontare il ferro. Dei progettisti strafatti inalando vinavil e svitol hanno pensato bene di complicare la vita alle massaie che, si sa, quando qualcosa non funziona si armano di cacciaviti ed attrezzi vari per riparare. No dai, ci sono anche questioni di sicurezza. Apparecchi con alte temperature e fluidi in pressione o parti sotto tensione vanno ovviamente trattati con cautela per cui è meglio scoraggiare e rendere la via difficile alla moltitudine di riparatori improvvisati con l'attrezzatura presa alla Lidl o all'Aldi o peggio dai negozi Action. Non fate come me che il pericolo si annida anche dopo un riassemblaggio non eseguito a regola d'arte. 

Ma... come si arriva a smontare il ferro da stiro? Qui non trattiamo la caldaia ma solo il manico del ferro....chiaro? Allora:

Togliere tre viti a vista (facilmente individuabili). Due di esse sono torx di sicurezza e richiedono un inserto torx forato al centro. Si può fare anche con altri inserti ma il risultato è quello di spaccare la testa della vite o rovinarla (ordinate voi il pezzo dai cinesi). Poi si rimuove la manopola sotto il manico di sughero, basta tirare che è ad incastro e ricordarsi dei pezzettini da mettere da parte.

Si parte da dietro, lato cavo ricoperto in filato che va alla caldaia. Occorre sganciare la copertura (dalla parte inferiore a contatto con il metallo) ed accedere ai collegamenti elettrici. 

Si smontano i collegamenti elettrici, tutti, aprendo con una pinza i terminali crimpati, per fare spazio alla vite di fissaggio del corpo plastico.

Si toglie la vite fissata alla base del ferro sperando non sia arrugginita o fusa con la piastra. In tal caso una sequenza abbondante di fantasiose imprecazioni contro gli dei dell'olimpo può aiutare sicuramente.

Si toglie un dado in prossimità del manico per poter sfilare l'impugnatura e lo si sfila dai 4 fili che vanno nella parte anteriore. In questo modo il blocco plastico posteriore  si può muovere e si può sfilare il manico in sughero (occhio che è fragile e non ci sono ricambi per quello. 

Si procede togliendo, con un cacciavite ad angolo, la vite che va alla piastra e che sorregge la plastica anteriore.

Quest'ultima è composta da due valve tenute assieme da una piccola vite con testa a croce posta nel cilindretto sottile all'interno del manico di sughero. Sotto, le due valve sono tenute assieme anche da una piastrina metallica fissata con altre due viti, tolte le quali si riesce a separare ed aprire la plastica frontale. 

Si toglie la spia verde (fili rosso e blu) e seguendo i fili nero e marron, li si sfila dall'alloggiamento a labirinto. Lo switch è infilato su due piolini e viene via senza difficoltà. 

Ora viene il bello.... trovare uno switch di ricambio... work (e foto) in progress...stay tuned. alla proxima

P.S. la cinciallegra è triste. Ripeto la cinciallegra è triste.

mercoledì 28 maggio 2025

Avventura Elettrica tra Fantasmi e Fancazzisti


Questa mattina, alle 6 in punto, mi sono svegliato con un'illuminazione: la casa, un tempo un faro di energia e vita, si era trasformata in un oscuro abisso di silenzio e gelo. Sì, la magia dell'elettricità aveva deciso di prendersi una pausa, lasciandomi in balia di un mondo senza corrente. Ma non temete, perché l'avventura era appena cominciata!

Con il coraggio di un eroe dei fumetti, ho preso il telefono ed ho composto il numero per la segnalazione guasti. La voce robotica, che sembrava più un fantasma che un'assistente, mi ha accolto con un caloroso "Benvenuto nel nostro incubo". Mi ha chiesto il numero POD della bolletta, ma ahimè, non lo possiedo. Il contratto è intestato alla persona che mi ospita, un novantaduenne che, a quanto pare, ha deciso di dormire fino alle 9:30.

Dopo aver "spiegato" la mia situazione (una sequenza di numeri), la voce robotica ha continuato a snocciolare richieste come un DJ in un club: "Numero POD?, Numero telefonico di intestazione del contratto? CAP del paese di residenza?" Ma chi ha bisogno di un CAPpello quando sei in balia di un blackout? Alla fine, la voce dall'aldilà mi ha informato che c'era un guasto già segnalato e che sarebbe stato risolto entro le 8:30. Fantastico! Solo due ore e mezza di attesa, giusto il tempo di preparare un caffè... oh, aspetta, non posso, caldaia in blocco, niente gas!!! Noooooooooooooooo.

Decido di premere 1 per parlare con un umano, sperando in un miracolo. Risponde un impiegato che sembra essere stato risvegliato da un letargo invernale. La sua voce è lenta, come se stesse cercando di risolvere un cruciverba complicato. "Numero POD? Telefono? CAP?" Mi sento come un personaggio di un videogioco, costretto a ripetere le stesse missioni senza mai avanzare.

Dopo un'attesa interminabile, l'impiegato, con la stessa energia di un bradipo in letargo, mi informa che non può aprire la segnalazione di guasto senza il numero POD. "Deve essere il firmatario del contratto a segnalare", dice, come se avesse appena scoperto l'acqua calda. Peccato che il firmatario, novantaduenne, è ancora nel mondo dei sogni, ignaro del dramma che si sta consumando nel suo regno di ghiaccio. Ah, dimenticavo... a LUI, l'impiegato, non risulta nessun disservizio!!

Ultima chicca.... la voce ultraterrena, prima di passare la patata bollente all'umano, mi invita a non riagganciare al termine per poter lasciare un giudizio sull'esperienza utente... peccato che appena l'umano termina, cade la linea e non posso vomitare tutta la mia rabbia e delusione nel loro database della Qualità! Geniacci del marketing, c'entrano sicuramente loro.

Nel frattempo, il congelatore si sta scongelando, l'allarme di sicurezza è muto, il mio computer è un elegante fermacarte e la caldaia del gas ha deciso di entrare in modalità "blocco totale". E non parliamo del caffè: senza gas la mia moka è diventata un oggetto di culto, un simbolo di speranza perduta. Forse dovrei cercare due legnetti da sfregare per fare un fuoco.

Ecco la grande verità: in caso di blackout, mentre la tecnologia avanza, noi ci ritroviamo a combattere con robot "assistenti vocali" che non possono comprendere la nostra umanità. La discrepanza tra uomo e macchina è palpabile. Da un lato, un impiegato dell'assistenza clienti che sembra aver fatto del "minimo sforzo" la sua filosofia di vita; dall'altro, una voce robotica che non può fare altro che ripetere domande senza senso.

In conclusione, la prossima volta che vi troverete in una situazione simile, ricordate: la vera avventura non è solo nel guasto elettrico, ma nel tentativo di comunicare con un sistema che sembra più un labirinto di burocrazia che un servizio clienti. E mentre il mondo intorno a noi si spegne, noi continuiamo a cercare la luce... o almeno un caffè caldo. Alla prossima.

P.S. Attenzione, attenzione! Messaggio in codice: La fenice sorgerà dall'oscurità quando il sole bacerà il mare. Ripeto, la fenice sorgerà. Rimanete vigili e preparati. Fine del messaggio."

mercoledì 30 aprile 2025

Bugie

Se c’è una regola che ormai ho adottato in modo permanente è questa: più la spiegazione per un evento anomalo è risibile, più è grossa la bugia che si vuole nascondere.

P.S. La mano è morta. Ripeto: La mano è morta.

martedì 29 aprile 2025

L'informatico vintage riciclato

 


Nome Prodotto:
"Old Hacker - Vintage Cybersecurity Legend"

Tagline:

"L'esperienza di ieri, la sicurezza di domani... oppure almeno ci prova."


📦 Contenuto del blister

  1. Action Figure:

    • Uomo sulla settantina, capelli grigi arruffati, occhiali spessi, camicia a quadretti e gilet di lana.

    • Porta al collo una chiavetta USB come collana.

    • In una mano tiene un vecchio laptop IBM ThinkPad; nell'altra una lente d'ingrandimento simbolo dell'OSINT.

    • Postura leggermente incurvata ma determinata.

  2. Accessori:

    • Chiavetta USB "Rubik's Cube edition" (forma a cubo, finta, non funzionante).

    • Mini modem 56k con suono incorporato (premendolo, emette il famoso stridio di connessione).

    • Manuale cartaceo miniaturizzato:
      "Cybersecurity avanzata spiegata in DOS Prompt"

    • Berretto di lana con la scritta "Privacy Warrior".

    • Laptop vintage (aperto su un terminale Linux con ASCII art).

    • Set di floppy disk colorati con etichette:

      • "Top Secret Data"

      • "AI Neural Net"

      • "OSINT Toolkit"

  3. Extra digitali (immaginari o scaricabili da QR code nel retro):

    • Template Excel per "Analisi forense di rete"

    • Lista "Top 100 tool Open Source... del 1998"

    • Script bash di esempio: grep -r password /


🎨 Grafica della confezione

  • Stile: fumettoso, colori retrò (beige, marrone, verde oliva).

  • Sfondo: scheda madre disegnata a mano + effetti "CRT monitor" (linee di refresh orizzontali).

  • Logo:
    → un floppy disk con una serratura sopra e due chiavi incrociate come insegna.

Slogan sul fronte:

"Dimentica il phishing... quando lui c'era si bucava con il telefono!"

Retro blister:

  • Biografia fittizia:

    "Dopo decenni a configurare stampanti e combattere il malware su Windows 95, il nostro eroe torna per sconfiggere le minacce della nuova era digitale. Armato di pazienza, memoria a breve termine variabile e decine di backup su CD-R, affronta la cybersecurity moderna a modo suo!"

  • Skill bar a livelli (0–100):

    • 🔒 Password Management: 90

    • 🛡️ Firewall Tuning: 75

    • 🤖 AI Ethics Rants: 100

    • 🔍 OSINT Investigation: 60

    • 🧑‍💻 Social Engineering (accidentale): 95

    • 🪛 Hardware Recovery: 85

    • 🧠 Recall di RFC obsoleti: 110


📜 Possibili Varianti Future

  • Old Hacker Deluxe Edition:
    con Raspberry Pi, router openWRT modificato, badge DEFCON finto.

  • Companion Pack "Young Sysadmin Skeptic":
    il giovane collega che corregge il nonno digitale.


📄 Ulteriore dettaglio tecnico "over the top"

  • Chip NFC integrato nel cartoncino del blister per simulare un "attacco" fisico con tag malevolo (naturalmente disabilitato o neutro, pensato come easter egg).

  • Mini badge QR code per portare al download di script di esempio scritti male e richiedere la "patch del firmware mentale".


 

Variante:


 

Alla prossima...forse.

P.S. la barba è finta. Ripeto: la barba è finta.

martedì 22 aprile 2025

L'informatico smanettone

 


🎁 Packaging da banco (retro + blister trasparente frontale)

Nome della Serie:
💾 "BYTE HEROES - LEGGENDE DEL SILICIO™"

Personaggio:
🧠 L’INFORMATICO SMANETTONE
(alias: Il Domatore del Kernel)

Design Blister Frontale:

  • Blister trasparente con sagoma sagomata che mostra l’action figure in posa “debugging feroce”.

  • Sfondo grafico tipo terminale Linux a schermo verde, con linee di comando e ASCII art di pinguini, Tux, BSOD e circuiti.

  • In alto, un LED RGB che si accende quando si tocca il blister (!).


🧍‍♂️ Figura (altezza 12 cm, 18 snodi articolati)

  • Look: Cappellino da sysadmin, occhiali a fondo di bottiglia, barba incolta, felpa con la scritta "RTFM", pantaloni cargo con tasche per chiavette e Raspberry Pi, ciabatte con calzini.

  • Faccia alternativa: espressione "ho rotto la build a produzione".

  • Braccia intercambiabili:

    • Una con il saldatore TS100 acceso.

    • Una che regge un cavo flat IDE.

    • Una che regge un Arduino Nano.


🛠️ Accessori Inclusi

  • Mini laptop funzionante con schermo serigrafato con “kernel panic”.

  • Tastiera meccanica retrò (Cherry MX rimovibili).

  • Cavo USB rotto da debug.

  • Scheda madre mini-ITX (stampata con microcircuiti realistici).

  • Sticker Pack con: FreeBSD, Tux, Arch Linux, “I void warranties”, “sudo rm -rf /”.

  • Manuale pieghevole in micro-librino con “50 comandi da terminale per risolvere tutto tranne la vita”.


📦 Retro Confezione

  • Bio del Personaggio:
    "Nato tra impulsi TTL e sogni in ASCII, lo Smanettone è emerso da una distribuzione minimale per dominare server, saldatori e sorgenti con la sola forza della Shell. Alcuni dicono che possa reinstallare un BIOS col pensiero."

  • Citazioni epiche stampate:

    • “Funziona sulla mia macchina!”

    • “Aspetta che faccio un dump dell’I²C...”

    • “Non è un bug, è una feature.”

    • “Ho patchato il bootloader alle 3 di notte.”

  • Avvertenza:
    Non adatto a manager. Può causare esplosioni di sarcasmo nei reparti IT. Interagisce male con ticket Jira.


🎁 Varianti da Collezione:

  • 🧙‍♂️ “Sysadmin Mistico” – con mantello e bastone USB.

  • 👾 “Retrogamer Epico” – con console Commodore64 e joystick Competition Pro.

  • ⚡ “Maker Infernale” – con modulo ESP32 e fumi di stagno inclusi.


AI generated, scusatemi, non ho saputo resistere. Alla prossima.

P.S. 18 aprile 1984 6748SW. Ripeto: 18 aprile 1984 6748SW.