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martedì 20 gennaio 2026

Panasonic microonde modello VFD35M106IIE (riparazione)

Ho domato un drago sputa fulmini: un microonde Panasonic, la mica, la guida d’onda e altre storie di stregoneria domestica.

Ci sono due tipi di elettrodomestici: quelli che fanno il loro lavoro in silenzio e quelli che, un giorno qualunque, decidono di trasformarsi in un film della Marvel. Il mio forno a microonde Panasonic (modello VFD35M106IIE) ha scelto la seconda via: scintille in prossimità del foglio di mica, precisamente dove la cavità del forno si affaccia sulla guida d’onda (quella zona che sembra una “finestrella” innocente e invece è il portale dimensionale da cui entra l’energia del magnetron).

Quando vedi le scintille lì, non stai osservando un “difettuccio”. Stai assistendo a un fenomeno che potrei descrivere così: un drago elettrico ha trovato un accendino. E quell’accendino, quasi sempre, è una combinazione di:

  • mica rovinata/sporca,
  • vernice bruciata,
  • residui carbonizzati,
  • micro-spigoli o pitting (piccoli crateri),

e, ovviamente, lo sporco da cucina che prima o poi si trasforma in carbone.

 


La domanda: posso lasciarlo così?

La cavità di un microonde è una specie di gabbia metallica. Il microonde non “ama” la vernice: gli interessa il metallo. Infatti esistono forni con cavità inox non verniciate. Quindi sì: metallo a vista non è automaticamente un problema.

Il problema vero non è “metallo nudo”, è metallo nudo + ruvido/spigoloso + residui neri in un punto ad alto campo elettromagnetico (zona guida d’onda). Quella combinazione è come mettere carta e benzina vicino ad un camino acceso e dire: “vabbè ma è solo un angolino”.

Quindi la risposta pratica è:
✅ puoi convivere con un po’ di metallo a vista se la superficie è liscia e pulita.
❌ non puoi convivere con residui neri, bruciature vetrose, creste o bave.

Il kit del domatore (senza comprare il microonde nuovo)

Ho ordinato:

  • foglio di mica nuovo (waveguide cover),
  • magnetron nuovo.

La guida d’onda non è smontabile e la curiosità (e la paranoia) mi hanno portato ad usare un endoscopio (un Ferrex con risoluzione 640×480, che è tipo il Game Boy della visione, ma fa il suo).


Dentro la guida d’onda c’era un punto che definire “non bellissimo” è un eufemismo: una specie di cupola semisferica metallica (in prossimità della punta del magnetron) con puntini chiari e aloni neri. Sembrava la pelle di un leopardo post-apocalittico. Probabile mix di depositi e micro-pitting.

E qui arriva la prima lezione: nel microonde, vicino alla waveguide, non vuoi superfici “espressive”. Vuoi superfici banalmente lisce.

Il vero nemico: il nero (che non è sempre carbone)

Io, all’inizio, pensavo: “nero = carbone”. E invece no: spesso è vernice bruciata, o vernice cotta, o uno strato che ormai fa parte del paesaggio. La carta abrasiva 600 non lo portava via “come polvere”. Sembrava più una vernice cotta che un residuo friabile.

Ma attenzione: anche se non è carbone, qualsiasi strato irregolare e alterato in quella zona è un invito alle scintille. Quindi ho fatto la cosa più importante: ripulire e spianare.

Polvere da carteggiatura: il “villain” sottovalutato

La polvere nella wave guide è un problema serio, perché può finire:

  • dietro la mica,
  • nella guida d’onda,
  • in ogni fessura dove poi cuoce e diventa, indovina un po’, carbone.

Quindi niente “carteggio e soffio”: soffiare è un ottimo modo per sparare residui dentro al portale dimensionale.

Io avevo:

  • mini aspirapolvere,
  • IPA (alcool isopropilico),
  • microfibra a pacchi.

Perfetto.

La mia procedura: “pulizia, spianatura, purificazione”


1) Rimozione del nero e livellamento

Ho carteggiato con grana 600, bagnandola con alcool isopropilico per limitare la polvere.

Dove non veniva via, ho usato un po’ di solvente per unghie (forse è acetone): non per “sverniciare”, ma per ammorbidire/sciogliere parte della vernice alterata.

Poi di nuovo carta abrasiva 600 per uniformare e livellare gli scalini.

L’obiettivo non era “farlo bello”. Era togliergli l’idea di fare archi elettrici.

2) La zona critica: dentro la guida d’onda

Lì ho ripetuto il ciclo:

  1. carta abrasiva 600,
  2. solvente,
  3. carta abrasiva 1000,
  4. pulizia.

Fino ad ottenere una superficie che, al tatto, risultasse liscia, anche se con qualche punto a metallo nudo.

3) Pulizia finale maniacale

Qui ho fatto l’ossessione giusta:

IPA a volontà - microfibra finché non risultava pulita - niente residui

Questo passaggio è il confine tra “riparazione” e “torna a scintillare tra una settimana”.

Vernice sì/no e il mito della “cavity paint

In teoria esiste una vernice specifica per cavità microonde (la famosa “cavity paint”), ma nel mio caso trovarla in EU era un’odissea: disponibilità quasi solo dagli USA e spedizioni spesso fuori scala ovvero quasi il triplo della bomboletta che poi c'è solo bianca mentre la mia muffola è grigio topo di fogna.

A quel punto ho scelto la via sensata: niente esperimenti con vernici generiche.
Fondo per Carrozzeria? Smalti per lavello effetto ceramica? vernice per Alte temperature? Naaa. Tutta roba che può:

  • non aderire bene,
  • fare scaglie,
  • creare disuniformità,
  • e regalarti un nuovo hotspot.

E siccome la mica nuova copre l’area critica, la priorità era: pulito + liscio + mica nuova.

Rimontaggio: il rituale finale

  • mica nuova, taglio pulito, ben appoggiata e coprente;
  • magnetron nuovo installato;
  • controllo che non ci fossero residui “sospetti”.

Poi i test con il cuore in gola.

Test di potenza: dalla carezza allo schiaffo

Ho iniziato con un carico reale (tazza d’acqua), e ho fatto salire la potenza gradualmente:

200 W → ok

360 W → ok

poi su verso 700 W e massimo

Niente scintille. Niente flash. Nessun crepitio da castello di Frankenstein Junior. L’acqua scaldava come doveva, e la cavità non provava a imitare un saldatore ad arco.

In quel momento ho capito una cosa: il microonde non voleva morire. Voleva solo che smettessi di dargli combustibile e spigoli da cui sparare fulmini.

E se avessi visto scintille?

La regola pratica è semplice: aprire la porta è lo stop immediato.
La porta ha un interlock che interrompe il funzionamento quando viene aperta. Se succede un arco, la procedura da umano è:

  • apri la porta,
  • stop,
  • poi eventualmente stacchi la spina.

Io avevo già mentalmente predisposto la “posizione tattica”: spina raggiungibile, non nascosta dietro i mobili come un tossico quando scorge gli sbirri.

Conclusione: come si doma davvero un microonde che scintilla

Il succo non è “vernice sì o no”. Il succo è questo:

Il metallo nudo non è il male.

Il male è nero/carbonizzato/alterato + irregolarità + zona guida d’onda.

La soluzione efficace è ripristinare una superficie pulita e liscia, eliminare spigoli e residui, e sostituire la mica.

Il microonde è un animale semplice: se lo tratti bene, scalda l’acqua. Se gli lasci spigoli e carbone vicino al portale energetico, ti fa gli effetti speciali.

E io, oggi, mi godo un microonde Panasonic tornato mansueto, con la dignità di un drago che finalmente ha smesso di sputare fulmini in cucina. Si maaa... quanto hai speso? 30 euri, tantissimo...rinuncerò ad un pò di spritz per un pò. Alla prossima

P.S. La scossa crolla. Ripeto: La scossa crolla.  

giovedì 13 novembre 2025

Quando Debian cresce ed Apache fa i capricci

Cronache di un vecchio sistemista che non si fa fregare da PHP. 


 

C’è un momento, nella vita di ogni vecchio sistemista, in cui senti quella vocina interiore che sussurra: «È uscito Debian nuovo… che fai, aggiorni?»

E tu, invece di ascoltare l’istinto di sopravvivenza, aggiorni.

Finché, ovviamente, non arriva lui:
apache2.service: FAILED
e il tuo server di fiducia ti guarda in silenzio come un gatto offeso.

Primo atto: Apache muore, ma con stile

Scenario: server Debian 13 nuovo di zecca dopo upgrade. Apache non parte, journalctl ti spara in faccia qualcosa del tipo:

Syntax error su una riga di apache2.conf, e poi:

Syntax error on line 3 of /etc/apache2/mods-enabled/php8.2.load:
Cannot load /usr/lib/apache2/modules/libphp8.2.so into server: ...


Traduzione per umani:
- Apache di suo è tranquillo.
- È PHP 8.2 che è rimasto appeso come un ex che non capisce di essere stato lasciato.
- Il file libphp8.2.so non c’è più, ma la configurazione prova ancora a caricarlo.

Apache, giustamente, si rifiuta di partire con mezzo arto fantasma attaccato.

Il sistemista giovane a questo punto formatta il server o dà la colpa a systemd.
Il sistemista navigato invece fa una cosa molto blasfema ma efficace:

apachectl -t

legge l’errore con calma, individua il colpevole (php8.2.load) e lo spegne:

a2dismod php8.2
apachectl -t
systemctl restart apache2


E Apache torna a respirare. Senza PHP, ma respira.

Come quando riaccendi un vecchio server rimuovendo a mano la scheda SCSI di cui nessuno si ricordava.

Secondo atto: il 403 che ti guarda giudicante

Risolto il crash, arriva il passivo-aggressivo di Apache:

403 Forbidden – You don’t have permission to access this resource.

E tu pensi: «Ma se ha SEMPRE funzionato, perché ora no?»

Classico mantra del sysadmin: “ma non ho toccato niente” (tranne un major upgrade, tre moduli e mezza distro nuova, dettagli).

Qui entra in gioco il lato artigiano di bottega del sistemista.

- DocumentRoot del sito di test, per esempio: /home/utente/www/sito.local
- In apache2.conf c’è un blocco tipo:

<Directory /home/utente/www/>
    Options Indexes FollowSymLinks
    AllowOverride None
    Require all granted
</Directory>

Sulla carta è tutto giusto. Nella pratica, Apache gira come utente www-data e, se la home è un bunker tipo:

drwx------  /home/utente

allora www-data non entra. Non per cattiveria: manca la “x” sul percorso, e senza execute sulle directory, nel mondo Unix non passi.

Quindi, con mano ferma (non in modalità “chmod 777 a pioggia”, quello è peccato mortale) si fa:

chmod 711 /home/utente
chmod 755 /home/utente/www
chmod 755 /home/utente/www/sito.local


- 711 sulla home: nessuno vede i file, ma Apache può attraversare la directory.
- 755 sul webroot: la vecchia scuola, onesta e prevedibile.

Risultato: il 403 sparisce.
Il sistemista sorride.
Per 5 secondi.

Terzo atto: il PHP che invece di girare… si scarica

Appena pensi “ok, è fatta”, apri il sito e il browser ti chiede candidamente:

“Vuoi aprire o salvare un file di tipo application/x-httpd-php?”

Ed è lì che un brivido ti scende lungo la schiena. Quando il browser ti propone di scaricare un file .php, vuol dire una cosa semplice:

“Il server non lo sta più eseguendo. Te lo sta dando paro paro.”

Apache è vivo, ma nessun modulo PHP è attivo. È come avere il forno acceso senza la resistenza: luce c’è, calore zero.

Un occhio a mods-available e mods-enabled:

ls /etc/apache2/mods-available/php*
# php8.2.conf, php8.2.load, php8.4.conf, php8.4.load (per esempio)

ls /etc/apache2/mods-enabled/php*
# (vuoto)

La nuova Debian, nel frattempo, ha fatto il salto generazionale:
- sul sistema c’è libapache2-mod-php8.4,
- il PHP CLI è 8.4,
- ma Apache… non lo sa ancora.

E qui entra in scena l’esperienza.

Il pivello scriverebbe:

a2enmod php

e si offenderebbe per l’errore:
ERROR: Module php does not exist!

Il sistemista navigato guarda i nomi dei file e dice: “Ok, tu vuoi il nome esatto del modulo, non le astrazioni filosofiche.”

Quindi:

a2enmod php8.4
apachectl -t
systemctl restart apache2


E, come un vecchio televisore a valvole preso a schiaffi sul lato giusto, PHP riprende a funzionare.

Quarto atto: archeologia digitale, ovvero “purga gli ex”

A questo punto PHP 8.4 gira, Apache è felice, il sito risponde. Nel sistema però sono rimasti i fossili di PHP 8.2 in stato rc nei pacchetti:

rc  php8.2-...
rc  libapache2-mod-php8.2 ..
.

Ed il vecchio sysadmin sa che i residui, oggi non danno fastidio, ma fra tre anni, in una notte di manutenzione, ti salta fuori un conflitto assurdo.

Quindi, senza pietà:

apt-get purge 'php8.2*' 'libapache2-mod-php8.2'
apt-get autoremove --purge


Non è solo pulizia: è igiene mentale. È come buttare via finalmente i floppy da 3,5" vuoti “che non si sa mai”.

Quinto atto: il log, la shell e l’ennesima trollata

Nel frattempo, mentre controlli i moduli:

apachectl -M | grep php || echo "Nessun modulo php caricato"

la shell, se ti scappa un punto esclamativo non quotato, potrebbe rispondere con il classico:

-bash: !: event not found

Non è Apache.
Non è PHP.
È bash che decide di interpretare il “!” come espansione di history.

Questo è il momento in cui il vecchio sistemista sospira, guarda la console e pensa:
“Io e te ci conosciamo da decenni e ancora mi fai questi scherzi…”

Si sistema la cosa, si toglie il punto esclamativo, e si va avanti.
Perché il diavolo sta sempre nel dettaglio, ed il dettaglio parla shell.

Epilogo: vecchio sistemista, nuovo Debian

Alla fine della storia, la situazione è questa:
- Debian aggiornata.
- Apache in piedi, tranquillo.
- PHP 8.4 attivo via libapache2-mod-php8.4.
- Vecchi moduli falciati, permessi sistemati chirurgicamente.
- Il sito in /home/utente/www/sito.local gira come se nulla fosse successo.

E il vecchio sistemista?

Non ha reinstallato, non ha “dockerizzato tutto per disperazione”, non ha invocato l’AI gridando al miracolo.
Ha solo:
- letto i log,
- analizzato gli include,
- capito chi tirava giù chi,
- sistemato moduli, permessi e residui,
- mantenuto il controllo dall’inizio alla fine.

Perché la differenza vera non è tra chi conosce il comando giusto da copiare, ma tra chi sa leggere cosa sta succedendo e ricostruire il film mentale della macchina.

Alla fine, questo upgrade è stato solo un’altra puntata della stessa serie:
“Debian cambia, i moduli cambiano, i log trollano… ma il vecchio sistemista resta lì, con il suo apachectl -t e quella calma da meccanico che sente il motore dal rumore.”

E quando il sito torna su e il PHP gira, non servono fanfare. Basta un curl -I andato a buon fine e quel piccolo, soddisfatto: “Ok, anche stavolta non mi hai fregato.” Alla prossima.

P.S. Curla i trolls. Ripeto: Curla i trolls.  

mercoledì 12 novembre 2025

Cronache di un tecnico sudato nel metaverso dei dischi offesi

Ci sono giorni in cui fai il login, controlli due log giusto per sport, sorseggi un caffè e la vita scorre. Poi ci sono i giorni in cui il filesystem decide che scrivere è sopravvalutato e si auto-proclama read-only come un giudice in ferie. Indovinate quale ho beccato.

Sillogismo del giorno:
– Se un server non scrive, non rinnova i  certificati SSL.
– Se non rinnova, il certificato scade.
– Se scade, qualcuno urla.
Conclusione: se un server non scrive, qualcuno urla. (Di solito verso di me.)

La mattina in cui il giornale (di sistema) mi ha detto “no”

Apro la console e lei, fredda: “Journal aborted, journal flushed, remounting read-only.” In pratica il diario segreto del sistema si è strappato, e si è messo a guardare il soffitto. Nel mondo fisico avrei preso il cacciavite, aperto il case, sentito il profumo di elettronica tiepida e — all’occorrenza — premuto il kill switch con la grazia di un samurai. Nel mondo virtuale? Niente pulsantoni rossi, niente “stacca e riattacca”: solo interfacce che sorridono e dicono “Running” come se stessi esagerando io.

L’ansia? Presente. Il sudore? Pure. L’ironia? Necessaria.

La piattaforma applicativa, poverina, non c’entra: fa il suo mestiere e rimane lì, educata, ad ascoltare sulla sua porta come un portiere di notte con gli auricolari. Il problema è più sotto, a livello di astrobiologia del blocco, dove qualche folletto ha deciso che i blocchi disco devono fare sciopero. Io, nel frattempo, faccio il backup in sola lettura, ossia l’equivalente digitale del “non tocchiamo nulla ma portiamo via tutto”: forense vibes, mani in alto, nessun file verrà maltrattato.

Tentativo n.1: chiedere per favore

Provo a fermare i servizi con la delicatezza di chi sussurra a un cavallo. La risposta del sistema è una poesia dadaista: “Failed to activate service org.freedesktop.qualcosa: timed out.” Traduzione: “Oggi non ho voglia”. Respiro. Conto fino a hex(FF). Non cambia.

Tentativo n.2: il regno del “rescue”

Ok, plan B: avvio dal ramdisk di soccorso — quello che, per capirci, è come chiamare il carro attrezzi in autostrada alle tre di notte. Entro, mi guarda un prompt monacale, e finalmente posso eseguire fsck a freddo: la fisioterapia che rimette a posto il menisco al file system. Prima scansione, seconda passata, terza per scaramanzia. Il tutto documentato, perché gli screenshot passano, i log restano.

“Sparare alla CPU”: guida all’impossibile

Nel frattempo mi domando: “C’è un modo per sparare alla CPU virtuale?” Spoiler: no. Il mondo cloud non ama la letteratura western. Il massimo che puoi fare è chiedere gentilmente all’infrastruttura di scollegare la spina in silenzio. È un po’ come essere inseguiti da un cinghiale e dover inviare una PEC al parco naturale per chiedere se si può correre più forte.

Il paradosso delle interfacce troppo gentili

Le dashboard sono il paradiso della passivo-aggressività. Hanno pulsanti rotondi, etichette zen e quel verde “Active” che ti dice: “Tutto va benissimo.” Tu, però, stai leggendo in console: “I/O error on superblock”. È come avere il cruscotto dell’auto che mostra 120 km/h costanti mentre il motore canta “Bella Ciao”.

Il trucco sta nel ordine operativo

E qui scatta la disciplina:

  1. Backup in pull dalla mia postazione: se il disco vuole fare il minimalista, io faccio il collezionista — prendo tutto ciò che serve (config, dati, chiavi), senza scrivere un bit in più.

  2. Rescue e fsck a freddo: niente sorprese, niente “monta e smonta” in caldo; riparazione metodica, due passate, log in tasca.

  3. Rientro in produzione con controllo maniacale: mount in rw, errori zero nel dmesg, servizi su.

  4. Certificati: clic su “resetta e salva”, che tradotto significa “parla con l’autorità giusta, fai la challenge su 80 e torna con un certificato fresco come una brioche alle 6:00”.

Metafora n.1 — Il filesystem filosofo

Il filesystem in sola lettura è come quel professore che risponde sempre “dipende” ed alla fine promuove tutti per non dover fare verbali. Ti impedisce di fare danni, ma ti impedisce anche di lavorare. Lo ringrazi, lo saluti, poi lo accompagni gentilmente in laboratorio per una revisione del diario.

Metafora n.2 — Le VM come matrioske

Le macchine virtuali sono matrioske educatissime: apri una console dentro un hypervisor dentro una rete dentro un pannello. E tu lì, che cerchi il bullone vero, quello che stringe, e invece trovi un menu a tendina. Funziona, ma ogni tanto vorresti sporcarti le mani di rame e stagno.

“Ma i dati?”

Stanno bene. Non hanno perso neanche un bit. Prima si salva, poi si cura. Ordine inverso = panico. E siccome di panico ne ho già avuto a sufficienza quando ho scoperto che non si può tirare una testata alla CPU virtuale, ho preferito la via classica: copia, verifica, ripara, riavvia, collauda, certifica.

Ironia sì, scaricabarile no

C’è un punto che merita chiarezza: non è una storia di negligenze. È una storia di infrastrutture che ogni tanto si stiracchiano, come tutti gli esseri (ed i non-esseri) stanchi. L’importante è avere procedure e ordine mentale: una lista corta, ripetibile, che porti il sistema da “sudore freddo” a “tutto verde”.

Esempi pratici per colleghi stanchi ma ostinati

  • Se il disco diventa ro, non forzare scritture di comodo. Salva, prova, ripara a freddo.

  • Se l’interfaccia dice “Running” ma il cervello dice “No”, scegli la strada deterministica: rescue o cold-attach ad un’altra istanza, fsck, ritorno.

  • I certificati? Niente teatrini: auto-renewal dell’app, challenge su 80, due log di conferma e via.

  • Comunicare al cliente con tono calmo: “nessuna perdita”, “ripristino completato”, “analisi infrastrutturale in corso”, "la colpa è di IaaS".

  • E ricordarsi che l’esperienza non elimina l’ansia: la domina.

Chiosa (con domanda retorica)

Perché continuo ad amare questo lavoro? Perché è una maratona di paradossi eleganti: facciamo cose fisiche nel mondo non fisico, domiamo errori invisibili con procedure visibilissime, e quando tutto torna online la soddisfazione è quella di aver riportato a casa la nave in mezzo alla tempesta, senza neppure bagnarsi i piedi (ok, il sudore non conta).

TL;DR per LinkedIn (che tanto leggerete lo stesso)

– Disco in protesta → read-only
Backup prima di tutto
Rescue + fsck a freddo
– Rientro in rw, servizi su
Cert reset: challenge, emesso, fine.
Zero perdita dati, clienti sereni, e il tecnico… meno sudato (per ora).

La morale? Nel cloud non puoi “sparare alla CPU”, ma puoi ancora sorridere, loggare e ripartire. E sì, ogni tanto manca quel tasto fisico OFF grande come un piatto: ma forse è un bene. Ci rende metodici, non solo muscolari. E quando l’ansia chiama, rispondi con il manuale d’ordini, qualche riga di bash e una buona dose di sarcasmo. Funziona quasi sempre. Quasi. Alla prossima.

P.S.  Il barometro segna variabile; alla quarta campana il mare si quieta. I colibrì non temono i dischi pigri. Chi ha orecchie per i log, legga. Ripeto: Il barometro segna variabile; alla quarta campana il mare si quieta. I colibrì non temono i dischi pigri. Chi ha orecchie per i log, legga.

martedì 30 settembre 2025

HOSOME TPH07 aspirapolvere a batteria (riparazione)

 
Un aspirapolvere a batteria fa sempre comodo in casa, se uno se lo può permettere ovviamente, dato che costano un rene. Questo modello HOSOME TPH07 è uno dei tanti ciòttoli plasticosi che si trovano in commercio. E' in pratica un "dyson modello vorrei ma non posso".  Come tutti quegli aspirapolvere progettati in modo che il baricentro del peso graviti sulla zona più fragile e debole (progettisti dell'università serale), dopo un pò... si rompono ovviamente e come sempre.... conviene buttare che riparare, è una storiella che ricorre spesso in questo blog. 

Complice di questa obsolescenza programmata o progettazione del caxo causa ingegneri e designers strafatti di egocentrismo, è intervenuta una badante riciclata a donna delle pulizie (o collaboratrice domestica come piace dire ai fighetti radical chic del politically correct). Io che sono da sempre molto pragmatico, la chiamo "la schiava" in quanto, nonostante fosse in regola, veniva schiavizzata da un anziana nobile ultra novantenne abituata sin dall'infanzia alla servitù.

I danni che in poco meno di un anno è riuscita a fare sono difficilmente prevedibili. Spezza in due la scopetta, rompe le clip che agganciano gli accessori, rompe i supporti delle viti della spazzola rotante, strappa i collegamenti che portano l'alimentazione alla spazzola...  per non parlare delle botte, dei graffi, del nastro adesivo usato per tenere assieme il tutto, dello spago da cucina in sostituzione del nastro adesivo e dello sporco incrostato... un disastro che non voglio nemmeno raccontare.

Come riparatore dell'impossibile, mi sono messo in testa di riportare in vita questo attrezzo (che, lo so, serve ad un altra persona un pò meno povera di me) e tentare una riparazione a costo zero. Il mio obiettivo è rimettere assieme i pezzi, tentando di ricostruire le parti mancanti.  

Step 1 - Comincio dalle clip. Sono tenute in sede da un perno metallico ed una molla che tiene agganciato il tubo di aspirazione (o l'accessorio) tramite un arpionismo. Della molla nessuna traccia ovviamente. Dei pezzi da incollare nemmeno. Occorre ricostruire. L'ideale sarebbe ridisegnare il pezzo e stamparlo in PLA con una stampante 3D  ma credo che in breve tempo il problema si ripresenterebbe.  Il foro infatti è troppo vicino al bordo e tutta la pressione esercitata per agganciare e sganciare gli accessori va su una porzione di plastica decisamente insufficiente. 


 Allora penso di ricostruite il foro con un rinforzo metallico (una graffetta dei punti per unire i fogli) da affogare  nel pulsante dopo averlo scaldato con un accendino. 





Per rinforzare il tutto si usa poi la combinazione bicarbonato (o grafite) e colla cianoacrilica.  

 

Non importa se la ricostruzione non è perfetta. Con lima e dremel si risagoma il tutto, si inserisce il pulsante nella sede e si pratica il foro. Collaudo finale e..... CRACK!!!... non ho fatto un ottimo lavoro, l'oggetto è troppo piccolo ed affogare perfettamente la graffetta nella plastica è un operazione da fare con molta precisione e pazienza. Non ci sono riuscito, per cui prendo una decisione drastica: il tubo di aspirazione lo attacco con un paio di viti autofilettanti. Non sarà possibile smontarlo facilmente ma chissenefrega del beccuccio e della spazzolina per i punti difficili (per quelli ho un mini aspiratore da 9 euro preso dai cinesi). Ed il primo problema è risolto. 

Step 2: perchè la spazzola non ruota? la faccio breve. Nel tubo telescopico di aspirazione ci sono due fili elettrici che fanno capo a due coppie spina/presa. In prossimità della spazzola i fili sono strappati e non ho la più pallida idea di come la schiava sia riuscita a romperli in quel punto senza aprire il vano con un cacciavite a stella. Nel cercare di trovare il punto di interruzione, approfitto per aprire la spazzola rotante... meglio così perchè era piena zeppa di polvere e pelucchi, oltre a presentare un supporto spezzato (prontamente reincollato con la cianoacrilica).




Step3: la parte più difficile - rimettere assieme il contenitore della polvere a contatto con l'impugnatura che alloggia motore e contatti. Ho optato per una soluzione semplice. Un elastico ben teso è l'unica soluzione possibile in quanto ricostruire l'aggancio è impossibile (ovviamente non ci sono nemmeno i pezzi), avvitare il tutto nemmeno, epossidica bicomponente no, nastro adesivo è brutto e fa molto campo ROM. Allora ho recuperato una camera d'aria delle carrozzine per disabili, della dimensione perfetta per infilarsi su delle piastrine che tenevano unite le stecche di una vecchia saracinesca di legno anni '60. Si taglia alla misura giusta, si fissa la camera d'aria con degli occhielli da 5mm et voilà. Ho indovinato al primo colpo la giusta tensione che impedisce alla vaschetta raccogli polvere di allontanarsi dai contatti che servono per la luce sulla spazzola rotante da pavimento. 


 

Riparazione professionale? NO. Recupero? SI. Il tutto è ancora traballante (un pò) e dovrei pensare ad una soluzione migliore per fissare il tubo telescopico. Inoltre se si preme troppo (ma molto troppo) durante l'avanti ed indietro sul pavimento, l'elastico si stira ed i contatti si staccano... vabbè, basta starci attenti ed andarci pianino senza esagerare. La batteria al litio è ancora buona e sufficiente per una mezz'ora di aspirazione....bene. 

Ed anche questa volta ho contribuito a fare la mia parte in questo pianeta maltrattato da un branco di unani ignoranti e malvagi. Alla prossima. 

P.S.  L'uragano ruota ed est. Ripeto: l'uragano ruota ad est. 

martedì 22 luglio 2025

Bustine mineralizzanti per acqua distillata


Sono basito ed esterrefatto! ma partiamo dall'inizio... ogni tanto la mia mente malata si addentra in pensieri che visualizzano un futuro distopico, frutto di allucinazioni indotte dalla quantità industriale di farmaci prescritti dagli sciamani organizzati in Ordini professionali. Complice il cambiamento climatico, una politica che ci fa pagare la pioggia, imprenditori che inquinano le risorse con i PFAS ed avvelenano i pozzi... temo che in futuro ci prenderemo a coltellate tra noi per una bottiglia di acqua "sana".... che poi lo sappiamo dai, l'acqua in bottiglia è meno sana di quella del rubinetto e quella del rubinetto è inquinata quando chi deve controllarla si volta dall'altra parte o quando qualcuno alza le soglie di tollerabilità... ma si sa: con la siccità è buona anche la tempesta di grandine.

In ogni caso, per sopravvivere, devo bere almeno un litro di acqua al giorno, meglio due (vale anche per te, testina). Dove vivo non ci sono fonti e quelle che c'erano (pubbliche e gratis) sono state chiuse tempo fa per farci pagare quella dell'acquedotto (dove l'acqua è distribuita ancora con i tubi di cemento ed eternit). Proprio un delirio sto progresso non trovi?

Quindi che si fa? Pannelli solari e deumidifcatori in funzione 24/7 ed almeno un litro al giorno si riesce a produrlo senza tanti sforzi. L'acqua estratta non è potabile, manca dei sali essenziali, quali calcio, sodio, magnesio e potassio (come minimo). Che problema c'è? basta cercare in rete le bustine rimineralizzanti per l'acqua... e qui inizia il delirio!

Ho provato RUFUS, l'intelligenza artificiale di Amazzòn integrata nello shop. Speravo che avendo a disposizione un magazzino virtuale ENORME, avrei ottenuto una scelta praticamente sconfinata. Risultato? 2 offerte per l'acqua distillata! Provo a modificare il prompt e mi ritrovo con due integratori vegani al gusto banana! lascio un feedback particolarmente insultante (lo so, non dovrei interagire come se lui fosse un umano ma io lo sono!) e mi sento rispondere che dovrei cercare quello che sto cercando.... Jeffrey Preston, non ci siamo proprio!

Provo allora con ciappgpt... il solito spiegone con le solite raccomandazioni paternalistiche ma nessun link a qualche prodotto specifico. Richiedo e mi ritrovo dei link per acquistare acqua distillata, acque demineralizzata FU, pastiglie vegane al gusto lampone o pompelmo rosa, subito dopo il suggerimento di cercare per conto mio (ma l'avevo chiesto a lui, perbacco!)

Passo allora a "Geminai" di gùgòl, qui le cose si fanno surreali. a parte il solito spiegone inutile ed il suggerimento di cercare in rete (ma l'avevo chiesto a lui, perbacco!), mi ritrovo con un link "preconfezionato" che mi rimanda da Amazzòn e nell'elenco trovo: bustine per i pesci dell'acquario, vasi da Kg per purificare l'acqua del camper, disinfettanti, insaporitori al mirtillo, filtri per bere dalle pozzanghere ed i soliti prodotti vegani che non fanno nulla se non... lasciamo perdere, soprattutto dopo aver letto certi ingredienti, tipo: BERRY: acidificante: acido citrico; cloruro di potassio, regolatore di acidità: fosfati di calcio; carbonato di magnesio, carbonato di sodio, aromi naturali, vitamina C, carbonato di calcio, edulcorante: glicosidi steviolici da stevia; gluconato di zinco, niacina, vitamina E, acido pantotenico, colorante: antociani, vitamina B6, tiamina, vitamina A, biotina, vitamina B12... sono ignorante lo so ma quando leggo tutti questi ingredienti mi viene male e penso che ci sia qualcosa da nascondere, soprattutto quando leggo in piccolo: La confezione del prodotto può contenere informazioni diverse rispetto a quelle mostrate sul nostro sito... davvero??!!

Francamente mi sento un pò preso per il chiulo ma purtroppo per il marketing, non soffro di acquisto compulsivo e leggo sempre tutto prima di trasferire il mio sudore a dei milionari magnaschèi.

E.... quindi? Se quello che serve in sintesi sono sodio, magnesio, potassio.... li cerco come "materia prima" e me li doso per conto mio. Non esiste una "ricetta" fissa per le dosi ideali di sodio, magnesio e potassio da aggiungere ad un litro d'acqua distillata. Tuttavia, posso considerare l'obiettivo di aggiungere per ogni litro:

  • Sodio: Un valore tra 10 e 100 mg/L. Molte acque oligominerali hanno sodio ben al di sotto dei 20 mg/L, mentre alcune acque minerali possono arrivare a 200 mg/L o più. Per la rimineralizzazione, un valore non troppo elevato è generalmente preferibile, a meno di esigenze specifiche (es. sportivi che reintegrano elettroliti dopo un'intensa sudorazione).
  • Magnesio: Un valore tra 10 e 50 mg/L. Le acque che superano i 50 mg/L sono già considerate "magnesiache". Un buon apporto, senza esagerare, può essere intorno ai 20-30 mg/L.
  • Potassio: Spesso presente in quantità inferiori rispetto a sodio e magnesio nell'acqua. Un valore tra 1 e 10 mg/L è comune.


Il Calcio è un minerale molto importante. È cruciale per le ossa e i denti, e le acque ricche di calcio sono molto diffuse. Un valore tra 50 e 150 mg/L è desiderabile.

Quindi? acqua fai da te e vaffanchiulo a voi. La ottengo dall'aria e fatemi pagare le accise anche su quella che se mi tassate gli ingredienti mi compero una miniera e mi estraggo da solo i minerali che mi servono per sopravvivere!. Si, lo so, sono pazzo. alla prossima. 

P.S. Il ponte di pietra non porta regali. Ripeto: Il ponte di pietra non porta regali.


mercoledì 9 luglio 2025

Imetec No-Stop Prestige Eco - switch repair

Un ferro da stiro a caldaia fa sempre comodo per stirare le camicie di classe, realizzate su misura con tessuto pregiatissimo (con gemelli e monogramma personalizzato) che porto abitualmente durante i miei lavoretti di riparazione o giardinaggio.... scherzo ovviamente, daiiii. Qui stiamo trattando un Imetec No-Stop Prestige Eco, con caldaia a refill continuo, senza quel fastidioso tappo di "sicurezza" che non si svita quando è bollente, una vera rogna quando devi stirare a lungo e che ti costringe a delle pause bibliche fra una ricarica e l'altra.

Il problema che ha convinto il/la proprietario/a a buttarlo? lo switch sul manico che aziona il getto di vapore sulla piastra. Non chiude bene e quando chiude resta ostinatamente chiuso facendo sbuffare il ferro come una solfatara vulcanica. E che problemino è, un interruttore da pochi centesimi, un gioco da ragazzi sostituirlo, vero? Così la pensano sempre le massaie che ti portano l'elettrodomestico dopo averlo massacrato senza pietà. No guardi signora, conviene prenderne uno nuovo, più bello e potente, con tanto di uaifai e blutut, così a stirare ci pensa lo smartphone con l'apposita APP da installare, mi creda. ok (sulle menti fragili e vuote si possono costruire interi palazzi).

In realtà, il problema non è tanto il pezzo da riparare, ma smontare il ferro. Dei progettisti strafatti inalando vinavil e svitol hanno pensato bene di complicare la vita alle massaie che, si sa, quando qualcosa non funziona si armano di cacciaviti ed attrezzi vari per riparare. No dai, ci sono anche questioni di sicurezza. Apparecchi con alte temperature e fluidi in pressione o parti sotto tensione vanno ovviamente trattati con cautela per cui è meglio scoraggiare e rendere la via difficile alla moltitudine di riparatori improvvisati con l'attrezzatura presa alla Lidl o all'Aldi o peggio dai negozi Action. Non fate come me che il pericolo si annida anche dopo un riassemblaggio non eseguito a regola d'arte. 

Ma... come si arriva a smontare il ferro da stiro? Qui non trattiamo la caldaia ma solo il manico del ferro....chiaro? Allora:

Togliere tre viti a vista (facilmente individuabili). Due di esse sono torx di sicurezza e richiedono un inserto torx forato al centro. Si può fare anche con altri inserti ma il risultato è quello di spaccare la testa della vite o rovinarla (ordinate voi il pezzo dai cinesi). Poi si rimuove la manopola sotto il manico di sughero, basta tirare che è ad incastro e ricordarsi dei pezzettini da mettere da parte.

Si parte da dietro, lato cavo ricoperto in filato che va alla caldaia. Occorre sganciare la copertura (dalla parte inferiore a contatto con il metallo) ed accedere ai collegamenti elettrici. 

Si smontano i collegamenti elettrici, tutti, aprendo con una pinza i terminali crimpati, per fare spazio alla vite di fissaggio del corpo plastico.

Si toglie la vite fissata alla base del ferro sperando non sia arrugginita o fusa con la piastra. In tal caso una sequenza abbondante di fantasiose imprecazioni contro gli dei dell'olimpo può aiutare sicuramente.

Si toglie un dado in prossimità del manico per poter sfilare l'impugnatura e lo si sfila dai 4 fili che vanno nella parte anteriore. In questo modo il blocco plastico posteriore  si può muovere e si può sfilare il manico in sughero (occhio che è fragile e non ci sono ricambi per quello. 

Si procede togliendo, con un cacciavite ad angolo, la vite che va alla piastra e che sorregge la plastica anteriore.

Quest'ultima è composta da due valve tenute assieme da una piccola vite con testa a croce posta nel cilindretto sottile all'interno del manico di sughero. Sotto, le due valve sono tenute assieme anche da una piastrina metallica fissata con altre due viti, tolte le quali si riesce a separare ed aprire la plastica frontale. 

Si toglie la spia verde (fili rosso e blu) e seguendo i fili nero e marron, li si sfila dall'alloggiamento a labirinto. Lo switch è infilato su due piolini e viene via senza difficoltà. 

Ora viene il bello.... trovare uno switch di ricambio... work (e foto) in progress...stay tuned. alla proxima

P.S. la cinciallegra è triste. Ripeto la cinciallegra è triste.

venerdì 4 ottobre 2024

L'orologio da taschino del nonno Art.190027

E' peviodo in cui ho viscopevto gli ovovogi da taschino, più eleganti a mio avviso, più comodi di quelli da polso, più preziosi... bhè, preziosi... Su Temu li si trovano a pochi euri, dalle forme e rifiniture più disparate. Meccanismo plasticoso made in china, al quarzo con tanto di piletta o al massimo con carica manuale. Dentro un meccanismo prodotto in serie, che non vale poi molto, alloggiato dentro un supporto di simil teflon, per non parlare della cassa e del "vetro"... acrilico (che lucidarlo è un delirio). 


Ma qualcuno, l'orologio da taschino lo valuta in base ad altri parametri. Conta chi l'ha usato, in quali condizioni lo ha acquistato, dove o da chi, la sua storia. Ecco che mi è capitato per le mani questo, senza marca, non si sa prodotto da chi o rivenduto da chi, made in china, a batteria, ossidato e malandato, rinvenuto assieme ad altri due di valore sicuramente superiore, in argento ma senza vetro e senza lancette....stupendi. Appartenuti al nonno ed ora in balia di chissà quale rampollo che li erediterà sperando li voglia restaurare ed usare ancora per cent'anni e più (o magari non ci capisce un caxo e li butta o li mette su subito.it a 1 euro). 


Decido comunque di riportare in vita questo brutto anatroccolo, provvisto di una custodia in "pelle" (cartone pressato) e catenella, con tanto di manuale d'uso, un pò mangiucchiato dalla ruggine. Provo a togliere l'ossido sul retro, che viene via, ma mi viene la pessima idea di lucidarlo con la pasta all'ossido di cromo. Risultato? la patina credo di cromo se ne va per lasciare il posto al rame sottostante...un disastro.


A questo punto non mi resta che togliere il movimento con lancette e quadrante per nichelare le parti. Con un pò di fortuna, riesco a togliere la corona smanettando delicatamente con le parti metalliche a vista ma non so bene come ho fatto. Di certo che non c'è nessuna indicazione o marchio che identifichi il movimento per cui inutile cercare in rete un tutorial specifico, si va un pò a caxo sperando di non rompere nulla.


Un litro di soluzione elettrolita, una barra di nichel e si alimenta a 4 volts 200mA al massimo per un ora, per ottenere una superficie abbastanza ben rifinita. Ah, per promemoria: il polo positivo va all'anodo di nichel, il negativo ai pezzi da nichelare.  Il risultato non è male e l'orologio è ancora utilizzabile con dignità. 

Manca la batteria, una 377, alias V377, V376, SR66, SR626W, SR626SW... prima o poi dovrò documentare tutte le varianti ed equivalenze delle batterie a bottone

Nel rimontare la corona devo aver fatto un danno... l'ovovgio si ferma ogni tanto e la regolazione dell'ora è più dura di prima... evvabbè, provo a sostituire il meccanismo, dovrebbe essere un Sunon SL68 a occhio...meno di tre euri e con l'occasione ho preso anche gli attrezzi per togliere e rimettere le lancette.

Bene, alla fine è fatta anche questa. Alla prossima.

P.S. L’orologio brilla, il tempo scintilla. Ripeto: L’orologio brilla, il tempo scintilla.

martedì 1 ottobre 2024

PETRA Boiler WK 26.07


 Il thè verde è la bevanda che accompagna i miei pasti, caldo nelle mie fredde giornate invernali e ghiacciato durante i periodi di afa. Perchè bevo il thè non mi va di spiegarlo ma per farlo, occorre dell'acqua calda (non lo sapevi?). Più di trent'anni fa ho acquistato in offerta questo bollitore figherrimo, bellissimo, da 1,7 litri (giusti per la mia caraffa in vetro borosilicato). Petra WK 26.07, qualità tedesca, illuminato da due bellissimi led blu (all'epoca una novità), ha sempre funzionato benissimo senza perdere mai un colpo e mi ci sono affezionato. Bollitori così credo non li facciano nemmeno più. 

Da un pò sentivo il tipico odore di isolante elettrico bruciato ma non mi sono mai preoccupato più di tanto. So che la plastica in prossimità della resistenza di riscaldamento può con il tempo biscottarsi un pò e rilasciare la classica puzza. Ma, un giorno, il mio fedele compagno mi abbandona, si accende, si illumina ma non scalda l'acqua... urge trasporto immediato in sala operatoria.


Il problema? ossido, ruggine in prossimità del terminale della resistenza. La lamella con il fast-on si è spezzata e di sostituirla o attaccarne un altra la vedo dura. Di stagnare il filo, non se ne parla, si fonderebbe al primo utilizzo, Per attaccare un filo di rame ad un terminale di ferro... occorrerebbe uno strumento per puntare ma non ce l'ho. Non so come fare.

Allora? scrivo all'assistenza italia che mi risponde di aver ricevuto la richiesta (una resistenza nuova) ma poi nulla, silenzio ed attesa fiduciosa ma con poche speranze. 

Nel frattempo? boiler aperto sul tavolo in attesa ad occupare posto per altre riparazioni in corso. Ma io come faccio? il thè mi serve in quanto antiossidante e non posso farne a meno. Vabbè, per ora ho ripiegato su un modello koreano, Tristar, minimalista, qualità ovviamente ai minimi ma pagato 8 euri e cinquanta! a questi prezzi se si rompe lo si butta, l'importante è non affezionarsi troppo, e lo si ricompra, anche se vorrei provare a scrivere ai koreani sicuro che loro dall'altra parte del mondo mi rispondono e mi mandano pure il pezzo di ricambio.... e poi abbiamo l'economia occidentale in crisi.. chissà mai perchè!. Alla prossima.

P.S. Il dragone bolle, l'aquila non vola. Ripeto: Il dragone bolle, l'aquila non vola.

Lampada a pinza EGLO 81265


 Una lampada a pinza, da attaccare al bisogno dove serve un pò di luce, tipo in camera per leggere, in lavanderia per leggere meglio le etichette dei prodotti, in garage per le riparazioni... è indispensabile in casa. 

Tragedia quando la pinza si rompe a causa di:

  • una plastichetta al risparmio
  • una molla di thor

Fatto sta che il ricambio, ovviamente, non si trova ed occorre ingegnarsi. Stavolta ho voluto sperimentare  la tecnica del battilamiera, per impratichirmi e vedere i problemi legati nell'applicare questa tecnica ormai desueta e praticata solo da abilissimi artigiani da tempo in pensione. L'idea è quella di incollare i frantumi di plastica e creare due piastre di alluminio per rinforzare la pinza che andrà poi riempita con della termocolla. Per fare in modo che i lamierini stiano al loro posto senza scivolare, ho deciso, giusto per complicarmi la vita, ma anche per ragioni "estetiche" di ripiegare i bordi in modo da irrobustire i pezzi al piegamento da sforzo indoto da una molla a mio avviso troppo potente per questa applicazione.


Allora, ho preso una sagoma di cartone, leggermente più grande della pinza ed ho tagliato (e rifinito a mano) una sagoma di alluminio da 2millimetri. Poi con una sagoma di cartone delle stesse dimensioni della pinza ho ritagliato un pezzettino di legno che fa da "incudine" su cui fissare con delle viti il lamierino da bombare ai bordi. Pazientemente, con un martello, ho battuto i bordi in modo che si piegassero tutt'attorno all'incudine- 

Ultimo passo, incollaggio plastica/lamiera con epossidica bicomponente e riempimento con termocolla. Rimontare la molla ha richiesto un paio di leve, ovvero due tubi di alluminio come prolunga per diminuire lo sforzo quando si chiude la pinza con il perno. 

Risultato? un autentica schifezza che non meriterebbe nemmeno di essere documentata, un ignobile perdita di tempo, un lavoro fatto in fretta senza particolari cure. Ma, tant'è, funziona bene e la lampada ha ripreso la sua funzione, con un piccolo upgrade: lampadina a led a basso consumo. Alla prossima (schifezza)

P.S. Il falegname e il fabbro si sono stretti la mano, ma il tempo dirà se il nodo reggerà sotto il sole. Ripeto: Il falegname e il fabbro si sono stretti la mano, ma il tempo dirà se il nodo reggerà sotto il sole

Festina F16459/2 riparazione ovovogio


 Ed ora mi sto anche improvvisando come orologiaio. Questo ovovogio, Festina modello F16459/2 mi è stato affidato con un "problema". Per ragioni ignote, la cassa si è aperta ed è uscita una parte in plastica che tiene fermo il meccanismo e non si riesce al volo a rimettere tutto a posto. In realtà, ci vedo poco, sono miope, presbite... cecato! ed al volo non ho ben capito come riassemblare il tutto. Ho quindi preferito portare il tutto nel mio bunker segreto dove costruisco dispositivi sofisticatissimi per eliminare dal pianeta tutti gli unani che lo popolano. 

Già che ce l'ho, (mi accorgo che anche la batteria è da sostituire) preferisco smontarlo e darci una pulita a fondo, con gli ultrasuoni. Togliere il cinturino è abbastanza facile, con un cacciavitino micro si fa leva sui perni a molla. Ci si accorge così dello sporco, grasso, polvere, cellule morte, acari, coccodrilli e tardigradi... meglio dare una pulitina a fondo. Anche la cassa è da pulire per bene ma occorre togliere il meccanismo... si ok ma bisogna togliere il perno/corona che serve a regolare la data/ora... mistero sul come si fa, dannazione! sono un informatico non un orologiaio! 

Allora ci si avventura alla ricerca del sacro tutorial, sperando che qualcuno abbia già affrontato lo stesso problema ed abbia deciso di condividere l'avventura per il diletto del popolo....niente. Quindi? Come al solito tocca mettere in moto i neuroni (troppo) invecchiati ed attingere alle metodologie diagnostiche collaudate in tuttaltre problematiche. 

Questo ovovogio ha un movimento al quarzo, plastichetta fatta in serie in giappone, no jewels.. movimento MIYOTA 1N12. Manco con questo dato si trova niente, nessuna istruzione su come togliere il perno. Allora cerco istruzioni più generali, magari concentrate su altri meccanismi e trovo dei suggerimenti. In questo movimento, si nota in prossimità del perno, una micro freccia che punta su un foro. Si preme dentro e contemporaneamente con un unghia si estrae il perno, così si riesce ad estrarre alla fine il meccanismo dalla cassa (sperando di non aver rotto niente). 

Con le parti metalliche libere da parti delicate, le si immergono in acqua e sgrassante nella vaschetta di un apparecchio ad ultrasuoni, basta un ciòttolino cinese senza tante pretese, basta che lo sgrassante sia potente come l'acido solforico....Cyclon prima e poi un prodotto privo di marca preso in un negozio etnico ma che funziona da dio (e non avete idea del nero sporco che si scioglie). 

Per esagerare, la cassa ed il vetro si possono lucidare con un prodotto apposito o nel mio caso una pasta per lucidare i fanali dell'auto, funziona lo stesso e questo non è un Rolex da 150.000 euri. 

Poi si cerca la batteria da sostituire, che c'è da impazzire con le sigle. Quella installata riporta il numero 321 che si scopre corrispondere ad SR616SW, singolarmente su am*zon a poco più di 5 euri, ladri maledetti...prime....arriva domani comodamente a casa.

Rimonto il tutto e l'ovovogio è praticamente nuovo e splendente, ma per parafrasare la trasmissione Cash or Trash... Dott.Rosa, quanto vale? Dal sito ufficiale Festina l'orologio è quotato 49 euro (esaurito ovviamente). In giro fra gioiellerie e privati che se lo ri(s)vendono, si parte dai trenta euro sino al picco massimo di ben 160 euro di un negoziante ladro come un p*rlamentare al quinto mandato. 

Ebbene? Questa operazione, che non ho voluto filmare per non far inorridire chi l'orologiaio lo fa per passione e professione, convinto che in pochi ancora leggono preferendo gli short di titoc (tiè, ignoranti), l'ho fatta sempre per gli stessi motivi già spiegati negli altri post... soddisfazione, sfida, autostima, blah blah blah 'zzimiei. Alla prossima.

P.S. Il gallo canta tre volte prima che l'alba si spenga, ma solo chi sa il colore del vento conosce il tempo giusto per girare la chiave. Ripeto: Il gallo canta tre volte prima che l'alba si spenga, ma solo chi sa il colore del vento conosce il tempo giusto per girare la chiave.

Avvitatore Ferrex WWS-AS4 (Li-Ion battery upgrade)

Un upgrade facile facile. Da un pò anche questo avvitatore preso al volo all'Ald* per le emergenze bricolose di casa, ha iniziato a dare i primi segni di stanchezza e pigrizia. Si carica un due minuti e si scarica in pochissimo tempo. Segno evidente che la batteria o è andata o è dimensionata male per ragioni che derivano ovviamente dal braccino corto di un avido imprenditore che ha assunto un ignobile progettista sicuramente ingegnere. 

Si produce al risparmio per aumentare i profitti e proporre i prodotti a prezzi bassi e poi ci si ritrova con un ciòttolo da potenziare a spese proprie. Alla fine non so se ho davvero risparmiato o se sono vittima dei soliti produttori furbetti che si approfittano di noi consumatori imbecilli e pure un pò poveracci. 

Fatto sta che in ogni caso, mal di pancia a parte, un upgrade non è poi così laborioso o difficile. 6 viti torx T9 e mezzo guscio si apre con facilità. Attenzione a levette e pulsanti che perderli è un attimo. 

All'interno, la solita 18650 da 1500mAh (con il suo BMS), sostituita con un altra dello stesso formato (più grande non ci sta) ma di capacità doppia, 3000mAh. Con una puntatrice si saldano 2 strisce di nikel e si saldano a stagno i due poli positivo e negativo. Personalmente sconsiglio di stagnare i fili direttamente sulla batteria, il calore potrebbe danneggiarle irrimediabilmente (anche senza "potrebbe").

Rimontare il tutto in un minuto, facendo attenzione a non pizzicare i fili, e collaudare per verificare il corretto funzionamento. Funziona. Dai, sotto con un altro ciòttolo da riparare che in questo periodo si sta spaccando tutto, dal bollitore dell'acqua calda alla pinza plastica di una lampada da comodino, dalla batteria dello smartphone alla pila di uno swatch, dai cuscinetti del rasaerba e via dicendo...non è mai finita ma alla fine la guerra la vinco io! tiè. Alla prossima. 

P.S. La luna piena brilla solo per chi ha già raccolto i frammenti d’argento, ricordati che l’ultimo rintocco arriva dopo il quarto tuono. Ripeto: La luna piena brilla solo per chi ha già raccolto i frammenti d’argento, ricordati che l’ultimo rintocco arriva dopo il quarto tuono.

venerdì 5 luglio 2024

Riparare un Paio di Skechers: Un Viaggio tra Errori e Successi

Essere povero ha i suoi lati negativi, ma può anche trasformarsi in un'opportunità per sviluppare abilità pratiche e riscoprire la gioia del fai-da-te. Recentemente, ho affrontato una sfida interessante: riparare un paio di Skechers (non Sneakers) da running/passeggio, ricevute in regalo o meglio in cambio di prestazioni sulle quali per decoro e decenza preferisco non riferire. Ecco il racconto dettagliato della mia avventura.

Motivazione: Quando l’Indigenza Incontra l’Intraprendenza

Le mie fidate Skechers, compagne di innumerevoli passeggiate e corse, avevano visto giorni migliori. La suola era consumata, rendendole scomode e quasi inutilizzabili anche se la tomaia è ancora decente. In più, hanno preso la forma dei miei piedi e sono di un comodo galattico. Invece di comprarne un nuovo paio, cosa impossibile al momento per il mio budget ridotto (i poveri del burkina faso sono più ricchi di me), ho deciso di mettere alla prova le mie abilità manuali. Armato di buona volontà e un pizzico di follia, ho deciso di ripararle.

Passo 1: Tentativo di Scannerizzazione della Suola

Per prima cosa, ho deciso di scannerizzare la suola. Sì, avete capito bene. Ho messo le Skechers sullo scanner e ho digitalizzato la suola per avere un modello preciso su cui lavorare. Tuttavia, presto mi sono reso conto che questo metodo non avrebbe funzionato: la scarpa non era in piano, e la punta ricurva oltre al tacco arrotondato non venivano scannerizzati correttamente, questione di prospettive. Dopo vari tentativi falliti, ho capito che dovevo trovare un'alternativa.

Passo 2: Utilizzo delle Parti Staccate per il Modello

Ho deciso di tornare alle basi e staccare manualmente la suola sagomata nera in gomma dal sotto suola in gomma bianca. Con l’aiuto di un coltello affilato e una lametta, ho iniziato a separare le due parti. Questo passaggio si è rivelato più complicato del previsto. La colla in alcuni punti aveva deciso di fare resistenza, e sembrava che le mie Skechers avessero sviluppato un attaccamento emotivo al loro stato di disfacimento. Dopo vari tentativi e qualche taglietto alle dita (nota per i futuri riparatori: indossate i guanti!), finalmente sono riuscito a separare le due parti.

Una volta staccate le parti, ho usato del nastro carta per unire i pezzi staccati in modo da formare un modello continuo. Questo mi ha permesso di avere una sagoma precisa da riportare sul nuovo materiale.

Passo 3: Preparazione del Nuovo Materiale

Avevo un vecchio tappetino di protezione per piani da lavoro che sembrava perfetto per il lavoro. Utilizzando il modello creato con i pezzi staccati, ho ritagliato il tappetino con precisione (occhio alla differenza tra destra e sinistra)). Ho usato una combinazione di lametta, coltello, righello e punzoni in acciaio per pelletteria. È stato un lavoro di precisione degno di un artigiano del Rinascimento. Ogni ritaglio richiedeva concentrazione e pazienza, e qualche imprecazione colorita quando il coltello decideva di fare di testa sua. Calma, pazienza, precisione...prendiamoci il nostro tempo.

Passo 4: Preparazione della Suola

Prima di incollare il nuovo pezzo, ho preparato la superficie della suola. Ho pulito accuratamente sia la suola originale che il ritaglio del tappetino. Un po’ di carta vetrata ha aiutato a rendere le superfici più ruvide per garantire una presa migliore della colla. Il mio tavolo di lavoro sembrava il laboratorio di un alchimista con tutti gli strumenti sparsi e qualche goccia di colla qua e là.

Passo 5: Incollaggio

Finalmente, era arrivato il momento dell’incollaggio. Con una colla specifica per gomma e scarpe (Artiglio, la mia preferita), ho applicato uno strato uniforme sia sulla suola originale che sul nuovo pezzo. Dopo aver atteso qualche minuto per far asciugare leggermente la colla (quasi asciutta al tatto), ho unito le parti. Ho applicato una pressione uniforme, usando qualche libro pesante come aiuto (nota: scegliere libri meno preziosi, tipo quello di quel generale demente, la colla tende a sbordare!).

Errori e Successi

Naturalmente, non tutto è andato liscio al primo tentativo. Alcuni pezzi non combaciavano perfettamente, e ho dovuto rifare alcune parti del ritaglio. Anche l'incollaggio non è stato perfetto: una delle scarpe ha richiesto una seconda applicazione di colla dopo che una parte si è sollevata.

Tuttavia, dopo vari tentativi e qualche errore, alla fine ce l'ho fatta. Le mie Skechers hanno avuto una seconda vita. La soddisfazione di averle riparate con le mie mani è stata immensa, e il risparmio economico non è stato da meno.

Conclusione

Riparare le mie Skechers è stata un'esperienza istruttiva e gratificante. Mi ha permesso di risparmiare denaro e di mettere alla prova le mie abilità manuali. E poi, c’è qualcosa di speciale nel camminare con scarpe che portano la propria impronta artigianale. Se mai vi troverete con un paio di Skechers malandate, provateci anche voi. Potreste scoprire un lato di voi stessi che non conoscevate! Alla prossima...ma anche no.

P.S. "Il corvo vola a mezzanotte. Le rose non sbocciano più nel giardino di maggio. La luna si specchia nel lago ghiacciato. L'orologio a cucù canta una sola volta, ricordate. Il vento soffia da nord-est, portando con sé segreti dimenticati. L'aquila ha perso una piuma, ma non smette di volare. A chi ascolta, la chiave è nascosta nel libro del tempo." Ripeto: "Il corvo vola a mezzanotte. Le rose non sbocciano più nel giardino di maggio. La luna si specchia nel lago ghiacciato. L'orologio a cucù canta una sola volta, ricordate. Il vento soffia da nord-est, portando con sé segreti dimenticati. L'aquila ha perso una piuma, ma non smette di volare. A chi ascolta, la chiave è nascosta nel libro del tempo."

PPS: le foto le metto qui alla fine perchè non ho nè tempo nè voglia di impaginare e nessuno mi paga per farlo. Cerca di capire se ci arrivi, altrimenti fanchiulo. 







Aggiornamento di ottobre 2024: ecco, dopo un pò di utilizzi, soddisfattissimo del risultato (la colla tiene alla grande), mi accorgo che l'usura del materiale utilizzato è andata oltre i limiti. Occorre utilizzare del materiale specifico per le suole di scarpe, in questo caso una gomma abbastanza resistente. Ora mi metto alla ricerca di qualcosa di adatto e ripartiamo più caparbi di prima. Stay tuned.