mercoledì 12 novembre 2025

Cronache di un tecnico sudato nel metaverso dei dischi offesi

Ci sono giorni in cui fai il login, controlli due log giusto per sport, sorseggi un caffè e la vita scorre. Poi ci sono i giorni in cui il filesystem decide che scrivere è sopravvalutato e si auto-proclama read-only come un giudice in ferie. Indovinate quale ho beccato.

Sillogismo del giorno:
– Se un server non scrive, non rinnova i  certificati SSL.
– Se non rinnova, il certificato scade.
– Se scade, qualcuno urla.
Conclusione: se un server non scrive, qualcuno urla. (Di solito verso di me.)

La mattina in cui il giornale (di sistema) mi ha detto “no”

Apro la console e lei, fredda: “Journal aborted, journal flushed, remounting read-only.” In pratica il diario segreto del sistema si è strappato, e si è messo a guardare il soffitto. Nel mondo fisico avrei preso il cacciavite, aperto il case, sentito il profumo di elettronica tiepida e — all’occorrenza — premuto il kill switch con la grazia di un samurai. Nel mondo virtuale? Niente pulsantoni rossi, niente “stacca e riattacca”: solo interfacce che sorridono e dicono “Running” come se stessi esagerando io.

L’ansia? Presente. Il sudore? Pure. L’ironia? Necessaria.

La piattaforma applicativa, poverina, non c’entra: fa il suo mestiere e rimane lì, educata, ad ascoltare sulla sua porta come un portiere di notte con gli auricolari. Il problema è più sotto, a livello di astrobiologia del blocco, dove qualche folletto ha deciso che i blocchi disco devono fare sciopero. Io, nel frattempo, faccio il backup in sola lettura, ossia l’equivalente digitale del “non tocchiamo nulla ma portiamo via tutto”: forense vibes, mani in alto, nessun file verrà maltrattato.

Tentativo n.1: chiedere per favore

Provo a fermare i servizi con la delicatezza di chi sussurra a un cavallo. La risposta del sistema è una poesia dadaista: “Failed to activate service org.freedesktop.qualcosa: timed out.” Traduzione: “Oggi non ho voglia”. Respiro. Conto fino a hex(FF). Non cambia.

Tentativo n.2: il regno del “rescue”

Ok, plan B: avvio dal ramdisk di soccorso — quello che, per capirci, è come chiamare il carro attrezzi in autostrada alle tre di notte. Entro, mi guarda un prompt monacale, e finalmente posso eseguire fsck a freddo: la fisioterapia che rimette a posto il menisco al file system. Prima scansione, seconda passata, terza per scaramanzia. Il tutto documentato, perché gli screenshot passano, i log restano.

“Sparare alla CPU”: guida all’impossibile

Nel frattempo mi domando: “C’è un modo per sparare alla CPU virtuale?” Spoiler: no. Il mondo cloud non ama la letteratura western. Il massimo che puoi fare è chiedere gentilmente all’infrastruttura di scollegare la spina in silenzio. È un po’ come essere inseguiti da un cinghiale e dover inviare una PEC al parco naturale per chiedere se si può correre più forte.

Il paradosso delle interfacce troppo gentili

Le dashboard sono il paradiso della passivo-aggressività. Hanno pulsanti rotondi, etichette zen e quel verde “Active” che ti dice: “Tutto va benissimo.” Tu, però, stai leggendo in console: “I/O error on superblock”. È come avere il cruscotto dell’auto che mostra 120 km/h costanti mentre il motore canta “Bella Ciao”.

Il trucco sta nel ordine operativo

E qui scatta la disciplina:

  1. Backup in pull dalla mia postazione: se il disco vuole fare il minimalista, io faccio il collezionista — prendo tutto ciò che serve (config, dati, chiavi), senza scrivere un bit in più.

  2. Rescue e fsck a freddo: niente sorprese, niente “monta e smonta” in caldo; riparazione metodica, due passate, log in tasca.

  3. Rientro in produzione con controllo maniacale: mount in rw, errori zero nel dmesg, servizi su.

  4. Certificati: clic su “resetta e salva”, che tradotto significa “parla con l’autorità giusta, fai la challenge su 80 e torna con un certificato fresco come una brioche alle 6:00”.

Metafora n.1 — Il filesystem filosofo

Il filesystem in sola lettura è come quel professore che risponde sempre “dipende” ed alla fine promuove tutti per non dover fare verbali. Ti impedisce di fare danni, ma ti impedisce anche di lavorare. Lo ringrazi, lo saluti, poi lo accompagni gentilmente in laboratorio per una revisione del diario.

Metafora n.2 — Le VM come matrioske

Le macchine virtuali sono matrioske educatissime: apri una console dentro un hypervisor dentro una rete dentro un pannello. E tu lì, che cerchi il bullone vero, quello che stringe, e invece trovi un menu a tendina. Funziona, ma ogni tanto vorresti sporcarti le mani di rame e stagno.

“Ma i dati?”

Stanno bene. Non hanno perso neanche un bit. Prima si salva, poi si cura. Ordine inverso = panico. E siccome di panico ne ho già avuto a sufficienza quando ho scoperto che non si può tirare una testata alla CPU virtuale, ho preferito la via classica: copia, verifica, ripara, riavvia, collauda, certifica.

Ironia sì, scaricabarile no

C’è un punto che merita chiarezza: non è una storia di negligenze. È una storia di infrastrutture che ogni tanto si stiracchiano, come tutti gli esseri (ed i non-esseri) stanchi. L’importante è avere procedure e ordine mentale: una lista corta, ripetibile, che porti il sistema da “sudore freddo” a “tutto verde”.

Esempi pratici per colleghi stanchi ma ostinati

  • Se il disco diventa ro, non forzare scritture di comodo. Salva, prova, ripara a freddo.

  • Se l’interfaccia dice “Running” ma il cervello dice “No”, scegli la strada deterministica: rescue o cold-attach ad un’altra istanza, fsck, ritorno.

  • I certificati? Niente teatrini: auto-renewal dell’app, challenge su 80, due log di conferma e via.

  • Comunicare al cliente con tono calmo: “nessuna perdita”, “ripristino completato”, “analisi infrastrutturale in corso”, "la colpa è di IaaS".

  • E ricordarsi che l’esperienza non elimina l’ansia: la domina.

Chiosa (con domanda retorica)

Perché continuo ad amare questo lavoro? Perché è una maratona di paradossi eleganti: facciamo cose fisiche nel mondo non fisico, domiamo errori invisibili con procedure visibilissime, e quando tutto torna online la soddisfazione è quella di aver riportato a casa la nave in mezzo alla tempesta, senza neppure bagnarsi i piedi (ok, il sudore non conta).

TL;DR per LinkedIn (che tanto leggerete lo stesso)

– Disco in protesta → read-only
Backup prima di tutto
Rescue + fsck a freddo
– Rientro in rw, servizi su
Cert reset: challenge, emesso, fine.
Zero perdita dati, clienti sereni, e il tecnico… meno sudato (per ora).

La morale? Nel cloud non puoi “sparare alla CPU”, ma puoi ancora sorridere, loggare e ripartire. E sì, ogni tanto manca quel tasto fisico OFF grande come un piatto: ma forse è un bene. Ci rende metodici, non solo muscolari. E quando l’ansia chiama, rispondi con il manuale d’ordini, qualche riga di bash e una buona dose di sarcasmo. Funziona quasi sempre. Quasi. Alla prossima.

P.S.  Il barometro segna variabile; alla quarta campana il mare si quieta. I colibrì non temono i dischi pigri. Chi ha orecchie per i log, legga. Ripeto: Il barometro segna variabile; alla quarta campana il mare si quieta. I colibrì non temono i dischi pigri. Chi ha orecchie per i log, legga.

martedì 21 ottobre 2025

Sopravvissuto a Winzozz11 senza TPM


 

🧟‍♂️  “Alcuni scalano montagne. Io ho installato Wind*ws 11 su un DELL Precision M4500...E sono ancora vivo per raccontarlo.”

C’è chi passa il weekend a passeggiare nei boschi.
E poi ci sono io, che ho deciso di trascorrere il lunedì a combattere con l’ultima incarnazione del male: Wind*ws 11, quella creatura che pretende un chip TPM 2.0 per avviarsi, un Secure Boot per respirare ed un account Micro$oft per andare al bagno.

Sulla carta, il mio fedele DELL Precision M4500 (anno domini 2010, cavallo di razza, ancora ruggente) doveva essere “incompatibile”.
Secondo Redmond, sarebbe stato più facile installare Linux su una lavatrice che Wind*ws 11 su quel portatile.
Spoiler: indovina chi ha vinto.


🧩 Capitolo 1 – Il messaggio di morte

Accendo il laptop, entro nel BIOS, attivo l’UEFI e…“No bootable devices -- strike F1 to retry boot.”  Che poesia.


Tradotto: hai appena chiesto a un firmware del 2010 di comportarsi come un razzo Falcon 9.

Wind*ws 10, fino ad un minuto prima, andava come un treno.
Poi, solo perché ho osato pronunciare la parola “UEFI”, si è offeso.
E da lì è cominciata la discesa negli inferi dei messaggi d’errore, delle partizioni GPT, e dei flag “Micro$oft Basic Data” (già il nome ti fa capire che serve solo a confondere gli altri).


⚙️ Capitolo 2 – Il rito voodoo della conversione MBR→GPT

Grazie ad un oscuro incantesimo chiamato:

mbr2gpt /convert /allowFullOS

sono riuscito a far credere al disco di essere giovane, moderno e “GPT compliant”.

Un po’ come truccare la carta d’identità a un settantenne per farlo entrare in discoteca.

Dopo un paio di riavvii, il vecchio Precision si è guardato allo specchio ed ha detto:

“Sono UEFI inside.”

Bugia, ma lasciamogliela credere.

💀 Capitolo 3 – TPM? Secure Boot? No, grazie.

Nel BIOS c’era una voce: “TPM Security”.

Tre opzioni: Activate, Deactivate, Clear.

Io ho scelto “Deactivate”, che suona bene come “non rompere le palle”.

Il Secure Boot invece non esiste proprio.

E sai cosa? Funziona lo stesso.

Questa è la parte che fa più male a Micro$oft: scoprire che tutto il teatrino del TPM e del Secure Boot è solo una trovata di marketing travestita da “sicurezza”.


🧙 Capitolo 4 – Rufus, l’arma segreta

Quando l’assistente ufficiale di installazione mi ha detto:

    “Questo PC non soddisfa i requisiti minimi…”

ho smesso di ridere dopo dieci minuti.

Poi ho preso Rufus, quel piccolo software ribelle che ti guarda negli occhi e ti sussurra:

    “Vuoi rimuovere TPM, Secure Boot e RAM minima?”

    Sì, Rufus, voglio rimuovere anche la dignità di Wind*ws.

Una spunta, un clic, e la ISO di Wind*ws 11 si è trasformata in un installer libero da ogni catena burocratica.

La ribellione aveva inizio.


🧩 Capitolo 5 – L’installazione dell’impossibile

Con la chiavetta pronta, ho lanciato il setup.

Il sistema si è guardato attorno, ha cercato il TPM, non lo ha trovato, ha sospirato e… ha continuato.

È come vedere un doganiere che, dopo vent’anni di servizio, si arrende e ti dice:

    “Passi pure, tanto ormai.”

Dopo un’ora e mezza di aggiornamenti, riavvii e schermate azzurrine,

Wind*ws 11 era vivo.

Sul mio M4500.

Senza TPM.

Senza Secure Boot.

Senza un briciolo di vergogna.


🧰 Capitolo 6 – Il trattamento disinfettante

Appena avviato, il sistema ha cominciato a telefonare a casa come un agente segreto in crisi d’identità.

Cortana, Edge, Telemetry, BITS, DoSvc, WaaSMedicSvc (il “medico” che riattiva gli aggiornamenti da solo)…tutti in fila, pronti a succhiarti cicli di CPU e dati personali.

Così è nato win11-slim.ps1: win11-slim.ps1 è uno script PowerShell progettato per:

  1. ridurre al minimo la telemetria e il tracciamento di Wind*ws 11;
  2. ottimizzare prestazioni e tempi di avvio su macchine datate (es. DELL Precision M4500, Vostro 320);
  3. consentire la gestione controllata o totale disattivazione degli aggiornamenti automatici;
  4. fornire una base coerente per ambienti di test, laboratorio o forensi.


L’obiettivo è un sistema più snello, silenzioso e prevedibile, senza ricorrere a software esterni.

In sintesi è uno script PowerShell che sterilizza Wind*ws 11 come si farebbe con un tavolo operatorio.

Via telemetria, via app bloat, via widget, via “esperienze connesse”.

Lasci solo il minimo vitale, e il sistema torna ad essere ciò che avrebbe dovuto:

un’interfaccia, non una religione.


🚫 Capitolo 7 – Il Medic Service: zombie con il camice

Disattivi gli aggiornamenti, e lui si riattiva.

Fermi il servizio, e torna in vita.

È Wind*ws Update Medic Service, lo zombie che non muore mai.

Così gli ho tolto i permessi di lettura al file WaaSMedicSvc.dll:

un piccolo “colpo alla nuca digitale”.

Problema risolto, silenzio di tomba.


🧩 Capitolo 8 – L’SSD fantasma

Poi ho attaccato un SSD esterno da 500 GB.

Linux lo vedeva, Windows no....Perché?

Perché non aveva la “firma Micro$oft Basic Data”. Nota: Il famoso flag “Micro$oft Basic Data” nel GPT non serve a nulla di pratico, è solo un GUID di identificazione che Wind*ws interpreta come: “questa partizione contiene roba che io posso montare”. Peccato che il filesystem NTFS o FAT32 già contenga nel suo header tutto ciò che serve per essere riconosciuto. Linux (giustamente) legge il contenuto del filesystem e lo monta.
Wind*ws invece: “Oh no! Non vedo il mio GUID proprietario! Panico! Meglio dire ‘spazio non allocato’ e far credere all’utente che deve formattare.”. 

Motivazione ufficiale (corporate bullshit mode ON)

“Serve per garantire coerenza e sicurezza tra partizioni di tipo OEM, Recovery, EFI e Basic Data.”

Traduzione:

“Serve per impedire agli altri sistemi operativi di creare partizioni che Windows potrebbe accidentalmente usare correttamente.”

Effetto pratico - Questa assurdità fa sì che:

  1. un disco GPT con partizione ext4 o NTFS senza flag → invisibile in Windows;
  2. un disco MBR senza partition type 0x07 (NTFS) → invisibile pure;


mentre in Linux puoi montare anche un file .img spaiato e navigarci dentro con mount -o loop.


In pratica, per essere riconosciuto da Wind*ws, un disco deve giurare fedeltà alla Corona di Redmond.

Senza quel flag, è un cittadino di serie B.

Che sistema operativo meravigliosamente democratico.


⚙️ Capitolo 9 – Toolkit d’emergenza

A questo punto, ho deciso di farmi un “TOOLKIT” segreto: una partizione da 10 GB nascosta nell’SSD,

con dentro lo script “win11-slim”, Rufus, e un batch che lo lancia come un defibrillatore digitale.

Un piccolo bunker in caso di catastrofe informatica.


🧠 Capitolo 10 – Considerazioni esistenziali

Dopo tutto questo, il M4500 è tornato operativo, veloce, silenzioso, efficiente.

Funziona.

Senza TPM, senza Secure Boot, senza spyware, senza i loro “assistenti”.

Solo lavoro pulito.

E allora uno si chiede:

perché Micro$oft deve sempre complicare la vita a chi sa cosa sta facendo?

Forse perché, se l’utente capisse davvero come funziona il sistema, capirebbe anche quanto poco ne ha bisogno.


🧾 Epilogo

Ho finito la giornata con un SSD partizionato, un Windows 11 addomesticato e un paio di neuroni in meno.

Ma il mio portatile del 2010 ride ancora.

E, ogni volta che si accende senza TPM, da qualche parte nel mondo un manager Micro$oft sente un brivido lungo la schiena.

    “Non tutti gli eroi indossano mantelli. Alcuni usano PowerShell.” 🧙‍♂️💻

Fine. Alla prossima

P.S. le ciambelle sono bucate, Ripeto: le ciambelle sono bucate.

P.P.S. Cerco di non nominare esplicitamente il nome del SO e della casa produttrice perchè, a farlo, ti arrivano addosso tutte le sfighe del mondo ed a me viene un glitch all'occhio destro.

martedì 30 settembre 2025

HOSOME TPH07 aspirapolvere a batteria (riparazione)

 
Un aspirapolvere a batteria fa sempre comodo in casa, se uno se lo può permettere ovviamente, dato che costano un rene. Questo modello HOSOME TPH07 è uno dei tanti ciòttoli plasticosi che si trovano in commercio. E' in pratica un "dyson modello vorrei ma non posso".  Come tutti quegli aspirapolvere progettati in modo che il baricentro del peso graviti sulla zona più fragile e debole (progettisti dell'università serale), dopo un pò... si rompono ovviamente e come sempre.... conviene buttare che riparare, è una storiella che ricorre spesso in questo blog. 

Complice di questa obsolescenza programmata o progettazione del caxo causa ingegneri e designers strafatti di egocentrismo, è intervenuta una badante riciclata a donna delle pulizie (o collaboratrice domestica come piace dire ai fighetti radical chic del politically correct). Io che sono da sempre molto pragmatico, la chiamo "la schiava" in quanto, nonostante fosse in regola, veniva schiavizzata da un anziana nobile ultra novantenne abituata sin dall'infanzia alla servitù.

I danni che in poco meno di un anno è riuscita a fare sono difficilmente prevedibili. Spezza in due la scopetta, rompe le clip che agganciano gli accessori, rompe i supporti delle viti della spazzola rotante, strappa i collegamenti che portano l'alimentazione alla spazzola...  per non parlare delle botte, dei graffi, del nastro adesivo usato per tenere assieme il tutto, dello spago da cucina in sostituzione del nastro adesivo e dello sporco incrostato... un disastro che non voglio nemmeno raccontare.

Come riparatore dell'impossibile, mi sono messo in testa di riportare in vita questo attrezzo (che, lo so, serve ad un altra persona un pò meno povera di me) e tentare una riparazione a costo zero. Il mio obiettivo è rimettere assieme i pezzi, tentando di ricostruire le parti mancanti.  

Step 1 - Comincio dalle clip. Sono tenute in sede da un perno metallico ed una molla che tiene agganciato il tubo di aspirazione (o l'accessorio) tramite un arpionismo. Della molla nessuna traccia ovviamente. Dei pezzi da incollare nemmeno. Occorre ricostruire. L'ideale sarebbe ridisegnare il pezzo e stamparlo in PLA con una stampante 3D  ma credo che in breve tempo il problema si ripresenterebbe.  Il foro infatti è troppo vicino al bordo e tutta la pressione esercitata per agganciare e sganciare gli accessori va su una porzione di plastica decisamente insufficiente. 


 Allora penso di ricostruite il foro con un rinforzo metallico (una graffetta dei punti per unire i fogli) da affogare  nel pulsante dopo averlo scaldato con un accendino. 





Per rinforzare il tutto si usa poi la combinazione bicarbonato (o grafite) e colla cianoacrilica.  

 

Non importa se la ricostruzione non è perfetta. Con lima e dremel si risagoma il tutto, si inserisce il pulsante nella sede e si pratica il foro. Collaudo finale e..... CRACK!!!... non ho fatto un ottimo lavoro, l'oggetto è troppo piccolo ed affogare perfettamente la graffetta nella plastica è un operazione da fare con molta precisione e pazienza. Non ci sono riuscito, per cui prendo una decisione drastica: il tubo di aspirazione lo attacco con un paio di viti autofilettanti. Non sarà possibile smontarlo facilmente ma chissenefrega del beccuccio e della spazzolina per i punti difficili (per quelli ho un mini aspiratore da 9 euro preso dai cinesi). Ed il primo problema è risolto. 

Step 2: perchè la spazzola non ruota? la faccio breve. Nel tubo telescopico di aspirazione ci sono due fili elettrici che fanno capo a due coppie spina/presa. In prossimità della spazzola i fili sono strappati e non ho la più pallida idea di come la schiava sia riuscita a romperli in quel punto senza aprire il vano con un cacciavite a stella. Nel cercare di trovare il punto di interruzione, approfitto per aprire la spazzola rotante... meglio così perchè era piena zeppa di polvere e pelucchi, oltre a presentare un supporto spezzato (prontamente reincollato con la cianoacrilica).




Step3: la parte più difficile - rimettere assieme il contenitore della polvere a contatto con l'impugnatura che alloggia motore e contatti. Ho optato per una soluzione semplice. Un elastico ben teso è l'unica soluzione possibile in quanto ricostruire l'aggancio è impossibile (ovviamente non ci sono nemmeno i pezzi), avvitare il tutto nemmeno, epossidica bicomponente no, nastro adesivo è brutto e fa molto campo ROM. Allora ho recuperato una camera d'aria delle carrozzine per disabili, della dimensione perfetta per infilarsi su delle piastrine che tenevano unite le stecche di una vecchia saracinesca di legno anni '60. Si taglia alla misura giusta, si fissa la camera d'aria con degli occhielli da 5mm et voilà. Ho indovinato al primo colpo la giusta tensione che impedisce alla vaschetta raccogli polvere di allontanarsi dai contatti che servono per la luce sulla spazzola rotante da pavimento. 


 

Riparazione professionale? NO. Recupero? SI. Il tutto è ancora traballante (un pò) e dovrei pensare ad una soluzione migliore per fissare il tubo telescopico. Inoltre se si preme troppo (ma molto troppo) durante l'avanti ed indietro sul pavimento, l'elastico si stira ed i contatti si staccano... vabbè, basta starci attenti ed andarci pianino senza esagerare. La batteria al litio è ancora buona e sufficiente per una mezz'ora di aspirazione....bene. 

Ed anche questa volta ho contribuito a fare la mia parte in questo pianeta maltrattato da un branco di unani ignoranti e malvagi. Alla prossima. 

P.S.  L'uragano ruota ed est. Ripeto: l'uragano ruota ad est. 

giovedì 25 settembre 2025

Medici (molto) di base

 
Quando ci vuole, ci vuole. Permalosi che vi considerate *normodotati* o, peggio, dotati di intelligenza “sopra la media” (se esistesse davvero, sarebbe già su TikTok a vendere corsi). Detto ciò: veniamo ai fatti.

Tanto tempo fa, in una galassia non proprio lontana ma decisamente migliore, esisteva una categoria: i medici. Umani con un fuoco sacro — non un algoritmo — che curavano, ascoltavano, andavano a trovare chi non poteva muoversi e, sì, prescrivevano medicine, ma anche consigli sensati, non intossicati dalle big pharma. Non era un’operazione di copia-incolla farmacologico: era cura. Era rispetto. Era quella cosa rara che fa la differenza tra “ok” e “sopravvissuto”.

Oggi invece il primo impatto è il “medico di base”: quell’entità burocratica che, per ottenere una ricetta, devi invocare come se fosse una startup in fase seed. I tagli sciagurati al pubblico hanno creato perle organizzative degne di un reality: il medico va in pensione ma continua a lavorare privatamente, ergo i pazienti vengono avvisati *via e-mail* il giorno dopo la chiusura dello studio. Nel listone telematico dei medici disponibili (mai aggiornato, perché la tecnologia è una suggestione) i più vicini vivono a decine di kilometri. Risultato: l’anziano "single" senza patente è ufficialmente abbandonato a sé stesso. Tragedia umana? No: *efficienza amministrativa*. Non siamo più pazienti da assistere ma voci di bilancio, vittime della freddezza finanziaria di un "azienda" eurivora.

La risposta aziendale è geniale nella sua crudeltà: la continuità assistenziale. Traduzione: due giorni a settimana, ciascuno diviso in due finestre di… due ore. Nella prima (1 ora e 45, per la precisione) puoi provare a prenotare. Nella seconda si fanno gli incontri in presenza. Se non hai appuntamento? Beh… buona fortuna. Muori? Non proprio — ma quasi.

Non puoi muoverti? Tranquillo, c’è l’APP sacra: lì trovi le prescrizioni da mostrare in farmacia. Bello, no? NO. Perché i medici sono turnisti, si susseguono come cameo in una serie low-budget, non conoscono la tua storia — per loro sei un'anonima voce nell’ecosistema delle “prescrizioni richieste”. E siccome la tecnologia per alcuni è roba da science fiction, per certi farmaci ti sparano la *ricetta rossa* cartacea, scritta a mano: vai a ritirarla di persona, ma solo se hai prima telefonato per chiedere il permesso di esistere. Se non lo fai in tempo, riclicca il processo: prenota, richiama, spera nel medico puntuale (spoiler: non lo è; arriva come chi prende il treno per andare in gita).

Siamo fortunati? Beh, c’è almeno un numero di telefono. Se qualcuno risponde. Alcuni medici hanno solo un recapito WhatsApp. Facebook? No, quello è per chi vuole raccontare la propria vita al mondo: tu, senza l’app giusta, sei ufficialmente *senza diritti digitali*.

E non è finita: succede che il medico dica “ho lasciato la ricetta rossa in farmacia X”. Ottimo. Se non ci corri, la ricetta svanisce nel nulla. Dove? Mistero. Il medico se l’è dimenticata? La farmacia l’ha smarrita? Il sistema ha deciso che il foglio è entrato in una dimensione parallela? Ti risponde il solito scaricabarile statale: *non è colpa di nessuno*, tranne che tua, ovviamente, che hai osato vivere.

Ora parlo per me: ho delle ernie *non operabili* (testualmente: “non operabili”), e sto male. Al punto che non riesco né a stare in piedi, né seduto, né sdraiato — l’ideale per praticare le faccende domestiche o anche solo per lavarti un pò. Da un anno aspetto che la sacra azienda mi comunichi data e ora per valutare cure palliative... cure e palliative....un ossimoro. Spegnere il dolore senza risolvere le cause è come spegnere la fastidiosissima sirena dell'allarme con i ladri in casa. Nel frattempo, da più di otto anni, mi sto lentamente avvelenando di oppioidi (sì, quelli che sul bugiardino ti dicono: *se dopo una settimana non stai meglio, consulti il medico*). Ecco: io quella consultazione la sto ancora aspettando. Mi sento preso per il chiulo? Sì. Molto.

Qualche tempo fa un tizio ha preso a botte un dirigente sanitario per strada, urlandogli “…tu sai perché…”. Le aggressioni a medici e infermieri aumentano, e io? Io sono nettamente contro la violenza, punto. Però — e qui mi autorizzo una nota personale e cattivella — vedere quel dirigente curato subito al pronto soccorso mentre noi aspettiamo ere geologiche mi fa venire pensieri non esattamente angelici. Posso formularne delle ipotesi nella mia testa, che è gratis e ancora non censurata.

Tirando le somme (con tanto amore e sarcasmo): il Servizio Sanitario Nazionale sta degradando, lentamente ma inesorabilmente. I livelli di assistenza garantiti dalla Costituzione? Sputati fuori con mille scuse. I medici? Spesso non più degni del rispetto che si meritavano. E no, non è colpa del singolo medico: è un sistema che funziona da schifo. E se lo avete votato? Beh, complimenti per il vostro senso civico selettivo.

Io insisto che, continuando così, si arriverà ai ferri corti. Leggo sui giornali che qualcuno ha già cominciato. Nel frattempo vado a sedermi sulla sponda del fiume: passeranno i cadaveri dei miei nemici… almeno fino a quando non mi addormento per il dolore o mi arriva la chiamata per la visita palliativa — che, lo ricordo, sto ancora aspettando.

P.S. La puzzola è sana e sta bene. Ripeto: la puzzola è sana e sta bene. (Questa è l’unica certezza in un sistema che pare inventato da un algoritmo con malfunzionamento cronico.)